Blue Flower

Diario Libanese

Diario Libanese (24)

Martedì, 19 Settembre 2017 09:15

#DIARIO LIBANESE - CAPITOLO FINALE, THE END

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Ecco, finalmente, l’ultima pagina dell’ultimo capitolo del mio Diario Libanese. Ero rimasta alle visite alle case del campo rifugiati Sabra e Shatila. Ero rimasta al diritto di ogni essere umano di averne una, di casa.

 

Una sera, dopo una delle nostre – mie, di Sergio e di Abdullah, stavolta in veste di traduttore – visite al campo, siamo tornati a casa. Distrutti come sempre. Forse quella sera ero più in difficoltà del solito, al punto che Laura – volontaria australiana, laureata in Psicologia e con una risata da morirci dietro – mi consiglia di fare una seduta da uno psicologo al mio ritorno, per capire se ne ho bisogno per reggere e affrontare il peso della realtà incontrata lì. Deformazione professionale, penso io. Che poi magari una seduta mi servirebbe davvero.

 

Ad ogni modo, immerse nei nostri discorsi e nella sua curiosità per le storie di Sumaya, Taha, Raed e Fatem, ci mettiamo a cucinare. Pasta per tutti. Lei sminuzza le cipolle e io le aglio. Io metto l’acqua a bollire e taglio i funghi, facendo attenzione al coltello troppo grosso.

 

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La casa di Sumaya, Taha, Raed, Fatem e dei loro genitori Houssama e Ghada

 

BRUCIA. TANTO.

 

Stupidamente, non sono attenta allo stesso modo quando vado a scolare la pasta, cucinata in un pentolone senza manici. Afferro la pentola senza manici con due canovacci e la inclino sul lavandino per scolare l’acqua.

Maledettamente, uno di quei due canovacci mi scappa di mano e tutta l’acqua di quella pentola senza manici mi cade sulla gamba destra.

Disperatamente, urlo.

Disperatamente, piango.

 

Fa un male tale da farti spegnere il cervello, stritolare la mano di chiunque, affondare i denti nella tua, di mano. Tuttavia, il cervello non si spegne abbastanza da non farmi rendere conto che il mio tempo a Beirut finisce così.

 

Gamba

La mia gamba immortalata in una Polaroid scattata da Sergio

 

È FINITA LA SABBIA DELLA CLESSIDRA

 

Questo errore mi fa perdere quel tempo prezioso che già prima non bastava mai. Mi fa perdere il tempo, intenso, degli ultimi giorni. Mi fa perdere le interviste che ancora mancavano nelle case dei bambini protagonisti delle nostre storie, perché il dottore mi vieta di andare in posti sporchi, per il rischio d’infezione. Con difficoltà, delego le mie interviste a un’altra volontaria.

Non riesco a stare in piedi e a camminare. Non potrò tenere le mie lezioni. Piango, continuo a piangere. Quei cinque giorni rimanenti erano oro per me e io continuo a piangere.

 

L’unico impegno che riesco a mantenere sono le interviste ai bambini in casa nostra. Sono curiosi, vogliono sapere perché ho una gamba fasciata. Taha, addirittura, sgattaiola via dalla mia vista, sbuca dal nulla vicino a me e cerca di aprire la medicazione per sapere cosa si è fatta Miss Sara. Avevo una bolla gigante che non è esattamente qualcosa che le mamme consigliano di far vedere ai bambini. Questi poi, consiglio o no, hanno già visto abbastanza.

 

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Reda, la piccola Nour e Diaa

 

GLI ANGELI, COME SI SALUTANO?

 

Si susseguono così – tra pianti, antidolorifici e le dolcezze dei bambini e dei membri dello staff -  i miei ultimi giorni a Beirut.

 

Trovo un modo, con l’aiuto di Sergio che si è preso cura di me, delle mie bolle e delle mie angosce, di fare tutto ciò che avevo programmato per i miei bambini negli ultimi giorni. Compra 40 scatole di pennarelli – una per ognuno di loro – e “mi raccomando, non ti scordare le etichette dove scriverò il nome di ognuno di loro”. Lui, sfinito, mi dice di sì, che non se le scorda. Mi porta i bambini su a casa per farmeli intervistare. Mi porta giù al centro, l’ultimo giorno, per salutarli definitivamente. Vorrei che qualcuno, in quel momento, invece che aiutarmi a camminare, si prendesse il mio cuore in mano e lo portasse via da lì, lontano.

 

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La famiglia AbdulRahman: un papà, due mamme, undici figli più due in arrivo

 

NESSUN MANUALE D’ISTRUZIONI

 

Tengo botta, per un po’.

Tengo botta quando, uno per uno, mi consegnano il loro biglietto di saluto per Miss Sara, con su scritto I love you, o We miss you.

Tengo botta quando la classe dei più piccoli mi dona in regalo un biglietto con tutte le loro impronte impresse con della tinta colorata e con il nome di ciascuno al loro fianco.

Tengo botta quando, tutti abbracciati, Sergio ci scatta foto e Polaroid.

Tengo anche botta quando chiedo ad Abdullah di tradurre il mio discorso per loro. Quando dico a Fatima e Reda di fare i bravi e di smetterla di boicottare le lezioni di Laura solo perché non ci sono io e non vogliono lei.

 

Come previsto, cedo. Inizio a sgretolarmi quando Safa – la maestra più dolce del mondo intero – mi abbraccia e scoppia a piangere. L’aveva già fatto la mattina, quando era salita in casa per vedere come andava la gamba e per regalarmi una collana con una gabbia aperta e un uccellino. Non ce la faccio a spiegarle quanto quel simbolo significhi per me, quanto sia sempre stato il simbolo della mia infanzia, della mia famiglia unita, del valore della libertà che mi ha insegnato mio padre portando a casa una gabbia dorata gigante da tenere aperta senza nessun uccello dentro.

 

Collana Safa

La collana regalata da Safa

 

Mi sgretolo del tutto quando Fatima – il mio punto debole e forte – rimane per ultima quando tutti escono dalla classe. Mi abbraccia, si stringe alla mia pancia. Quando tira su il viso, è rigato di lacrime. Lacrime grosse, pesanti. Proprio come quelle che un secondo dopo scendono a me. Cerco di sdrammatizzare, le dico che abbiamo il libro, le nostre foto, i nostri disegni. Le dico che farò di tutto per tornare. Lei non mi sente. Mi dice di no, no, no. Non andare via. Se devi andare via, allora portami con te. Io e te, sull’aereo. Intervengono Abdullah e Safa, per fare in modo che lei capisca che devo andare via e che lei deve tornare a casa. Dio, qualcuno mi strappi il cuore da qui. Qualcuno mi porti via, mi faccia scomparire. Mi sento in colpa, se fossi stata meno affezionata a lei, lei lo sarebbe stata meno con me.

 

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Un piccolo angelo, Fatima

 

Però, in fondo, chi lo decide se è meglio dare e ricevere meno per poi soffrire meno? Chi decide che questo sia meglio che dare e ricevere tanto per poi soffrire tanto?

Ormai il danno è fatto, in ogni caso.

 

LA RIBELLIONE DELLA TERRA

Si va in aeroporto. Piango, zoppico, litigo con me stessa e con questo mondo schifoso, che caccia dalla propria terra chi a quella terra appartiene. Quel mondo pieno di case che, non si sa come, sono troppe ma non abbastanza per accogliere tutti. Quel mondo che fa credere a Fatima che venire via con me sia la cosa migliore che le possa capitare. Quel mondo che ha ucciso il fratello di Wael, senza spiegazioni, senza reato commesso. Quel mondo che non educa, non dà ciò che è dovuto, ciò che è necessario. Quel mondo che pensa a produrre, produrre, produrre e si scorda che se si continua così, il mondo stesso si ribellerà. Ci caccerà per sempre tutti, dalla nostra terra.

 

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Ultimo giorno, ultima foto

 

 

 

 

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Lunedì, 21 Agosto 2017 11:27

#DiarioLibanese – Capitolo Finale, Parte Uno

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A causa di un lungo susseguirsi di eventi – tra cui l’arrivo di Sergio, l’inizio del nostro progetto e un’ustione estesa di secondo grado sulla mia gamba destra – mi ritrovo solo ora a scrivere il capitolo finale, parte prima, del mio Diario Libanese.

 

DI Più, NON BASTA

Più la fine si avvicinava, più sentivo bisogno di guadagnare tempo, più giorni in classe, più momenti nelle case dei protagonisti delle nostre dieci storie del libro fotografico. Le giornate sono diventate frenetiche, i minuti quasi contati per riuscire a inserire in una giornata sola tutte le cose che facevo anche prima più i ritratti di Sergio ai bambini la mattina e le mie interviste, le visite nelle case delle famiglie il pomeriggio dopo lezione, le foto di Sergio e le mie interviste. Proprio queste ultime, soprattutto queste ultime, richiedevano tempo. Tempo per riprendersi dopo averle fatte.

 

Polaroid 1

foto di Sergio Porcarelli

 

 

L’INVASIONE

Per raccontare a trecentosessanta gradi le storie dei bambini che abbiamo scelto tra quelle di altri cento, li abbiamo seguiti nelle loro giornate, da scuola a casa. La loro casa, in cui siamo entrati a testa bassa, coi piedi felpati per paura di fare troppo rumore, per cercare di essere meno invasori di quanto non fossimo già. Siamo andati nelle case con intenzioni precise, con domande altrettanto precise e difficili da postulare una volta che la situazione era diventata reale. Una volta che i nostri occhi erano dentro ai loro.

 

Occhi stanchi, provati e in cerca di speranza. In cerca di voce.

 

Polaroid 6

foto di Sergio Porcarelli

 

 

FAMIGLIE E CASE

Alcune famiglie erano troppo grandi. Le loro case erano troppo piccole. Alcune famiglie erano in situazioni peggiori di altre. Le loro case non avevano muri a separare le stanze. Avevano tende. Alcune famiglie d’inverno avevano patito il freddo. Le loro case non avevano il soffitto. Alcune famiglie avevano più paura di altre. Le loro case erano nella zona più pericolosa del campo. Famiglie e case erano sotto minaccia. Alcune famiglie non avevano soldi per pagare l’affitto perché il papà era caduto dal quarto piano di un palazzo e non poteva camminare, né lavorare. La loro casa non era adattata alle sue esigenze. Alcune famiglie erano in Libano illegalmente. Le loro case non erano le loro case.

 

Polaroid 4

foto di Sergio Porcarelli

 

IL CAFFE’, IL CIOCCOLATO

Tutte loro ci hanno accolto con il sorriso, facendo attenzione ai nostri movimenti, alle nostre precise intenzioni, alle nostre precise e difficili domande.

 

Tutte loro ci hanno accolto col caffè, o il tè, o la coca-cola, o l’acqua. Noi portavamo cioccolatini comprati in un negozio lì vicino. Una volta, talmente era povera la famiglia, ci siamo sentiti idioti a portare il cioccolato. Sergio mi disse: “Chissà cosa avrà pensato il papà quando ha visto che avevamo sprecato circa 13000 Lire Libanesi (meno di 10$) per comprare dello stupido cioccolato”. Chissà cosa ha pensato. Chissà se ha apprezzato comunque.

 

Polaroid 2

foto di Sergio Porcarelli

 

 

TORNADO E SGUARDI

Mentre io entravo nella loro vita come un tornado con i miei punti interrogativi, Sergio costruiva il suo reportage delle case cercando di essere invisibile. Quando Sergio tornava dall’ultima stanza fotografata, io ero quasi sempre in procinto di finire le domande.

 

Ci guardavamo per un millesimo di secondo, sufficiente per me per capire com’era stato di là, quanto poteva essere stato difficile pensare al tempo d’esposizione, al diaframma e alla sensibilità ISO davanti a un buco nel pavimento al posto di un bagno.  Sufficiente per lui per capire quanto era grave qui, quanto poteva essere stato difficile fare quelle domande e andare incontro a risposte di guerra, di angoscia, di disperazione.

 

Poi restavamo un po’ lì. Giocavamo coi bambini. Scattavamo Polaroid che sarebbero restate con loro, sperando di lasciargli un ricordo felice. Dentro morivamo, dentro eravamo scavati. Sul viso cercavamo di mantenere contegno.

 

Polaroid 3

foto di Sergio Porcarelli

 

 

LA CASA, IL DIRITTO ALLA CASA

Siamo entrati e usciti da quelle case mascherando il più possibile l’emozione, la rabbia, la disperazione, le lacrime che sarebbero sgorgate una volta rientrati a casa. Una casa vera, con un pavimento, un tetto, una cucina, un bagno, un frigorifero pieno di cibo, un cesso, acqua non salata e potabile, condizionatori e ventilatori, letti, lenzuola, asciugamani, elettricità quasi ventiquattro ore su ventiquattro – o quasi – sette giorni su sette – o quasi.

 

Una casa che,

 

 

Mohammed, Nour, Fatima, Hana e le loro sorelle e fratelli,

il loro papà e le sue due mogli

Raed, Taha, Sumaya, Fatem e il loro papà disabile

 e la loro mamma

Reda, Diaa, Nour

 e il loro papà

Fatima, Muhammad, Ryma, Hisham e il loro papà,

cccla loro nonna e la famiglia dello zio

Mona, Hassan, Ibrahim e la loro famiglia

che un giorno tornerò a conoscere.

 

 

Una casa che meritano.

 

Non la meritano perché hanno fatto qualcosa di spettacolare, né perché siano speciali, né perché belli, né perché hanno già sofferto abbastanza, né perché la loro vera casa è stata bombardata.   

 

La meritano in quanto esseri umani.

 

La meritano in quanto detentori del diritto

 

“to a standard of living adequate for the health and well-being of himself and of his family,

including food, clothing, housing and medical care and necessary social services,

and the right to security in the event of unemployment,

sickness, disability, widowhood, old age or other lack of livelihood in circumstances beyond his control”

(Art. 25, 1, Universal Declaration of Human Rights, 1948)[1].

 

La guerra è una di queste ultime circostanze, beyond his control.

 

Polaroid 7

 

  1. “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà” (Art. 25, 1, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 1948).

 

 

 

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Sono di corsa, sempre. Talmente di corsa che questo diario è diventato più un bisettimanale che un giornaliero. 

Di conseguenza – come tante altre volte – metterò insieme storie e colori, senza tempo specifico. 

 

 

IL PROGETTO FOTOGRAFICO

Ce l’abbiamo fatta, li abbiamo convinti. Ci sono voluti tempo, ricerca di dettagli, telefonate infinite con mia madre per capire come si faccia un accordo tra persone fisiche e un NGO, ossia SB Overseas. Non ho conoscenze legali a riguardo, errore mio, errore dei corsi universitari. Ad ogni modo, Sergio – il nostro, mio, suo amico fotografo è qui.

Due giorni dopo il mio arrivo a Beirut, Sergio mi ha scritto: ‘Ma secondo te c’è modo di poter venire lì?’. È iniziato così questo progetto grande quanto i nostri sogni, grande per le nostre tasche, grande per le nostre piccole reti di contatti. L’importante è partire, o almeno così dicono. Noi li abbiamo presi in parola, soprattutto lui che ha messo piede qui due giorni fa.

 

Noi siamo solo felici e pieni di energie necessarie per dare forma al progetto: un libro fotografico da vendere durante il numero maggiore possibile di esposizioni in Italia e il cui ricavato sarà interamente devoluto a SB Overseas. Il libro racconterà alcune delle storie più impressionanti delle donne, degli uomini, dei bambini con cui ho condiviso questi 44 giorni. Proprio quelle persone che mi regalano sorrisi, proprio quelle che mi hanno considerata – piano piano – degna della loro fiducia, del loro tempo, delle loro risate. Degna di vedere le loro segrete chiome nascoste sotto un velo. Proprio quelle persone che, sono sicura, Sergio si conquisterà nei prossimi 30 giorni. Ha iniziato già ieri, con il mitico e sveglissimo Hamoud, bambino della mia classe del pomeriggio. È il più forte, sia in inglese che in matematica. Non per questo si atteggia a secchione, fa ridere. Parecchio. 

 

Dicevo, appunto, che io e Sergio siamo felici di essere qui, insieme. Di lavorare qui, insieme. Sono felice che qualcuno che conosco e stimo ormai da anni, viva con me questa pagina di diario, di vita.

 

 

L’ODORE DELLA TERRA, LA PROPRIA

Sergio sarà un altro testimone di storie che passano da tragiche a salvate, da buie a colorate, da disperate a speranzose. Tutto questo è grazie alla tenacia di chi le vive e a quella di chi, come i componenti incredibili di questo staff che mi circonda, hanno messo la propria vita a disposizione di quella degli altri. Di quegli altri che, proprio come loro, sono scappati dal loro paese per cercare una libertà costantemente messa a repentaglio. Sono venuti a cercare meno colpi di pistola, meno rumore, meno sangue. La maggior parte delle volte, questo desiderio è stato rispettato. Non sempre, non qualche settimana fa.

 

Niente viene dato per niente, però. Meno spari stanno per meno affetti. Meno rumore per più solitudine. Meno sangue per più malinconia della propria terra. Quella che sa di casa, quella che sa di limoni per un sorrentino, di erba tagliata e buccellato per un lucchese, di sole e arancini per un siciliano. Spero che loro siano riusciti a conservare nel naso e nella memoria il vero profumo della loro terra e che sia più forte e intenso dell’ultimo che hanno annusato e disprezzato. Quello che puzzava di bruciato, di polvere, di lacrime, d’inspiegabile odio.

 

Baraa con la bandiera siriana disegnata da lui

 

BARAA E LA SUA MEMORIA

Non so se Baraa si ricorda il profumo della sua casa, ma per certo ha la sua bandiera marchiata sul cuore. La bandiera siriana. Se la ricorda così bene e ci tiene tanto da disegnarla su un origami che gli ho insegnato a fare. Invece che colorare gli otto triangoli dell’origami di colori diversi, come tutti gli altri bambini, lui ci disegna e colora la bandiera della Siria. Soddisfatto, me la mostra. Ha scambiato le posizioni del rosso e del nero, ma – in aggiunta – ci ha scritto “bandiera siriana”.

 

Il fiume Damour, attraversato con qualche difficoltà dall'insegnante Raghid

 

SINTONIA DI GRUPPO

Si condivide tutto. L’aria nella scuola, il tavolo da lavoro, il cibo, la macchina fotografica, l’energia, le storie del giorno. Si condividono una giornata buona e una cattiva, una lezione riuscita e un fallimento. Non si condivide il proprio corpo, c’è quasi assenza di contatto fisico, se non con i bambini. Si condividono i weekend, coi bambini e non. Quello appena passato è stato il più intenso dall’arrivo.

 

Sabato con i bambini – giochi, attività, strilla e baci volanti – e domenica con tutto lo staff. Viaggio di gruppo nelle prossimità del fiume Damour, dove si allestiscono barbecue e pranzi che durano dalle 10 del mattino alle 7 la sera. Non siamo stati gli unici ad avere quest’idea: mezzo Libano è lì con noi. Questo non disturba la nostra giornata definita da tutti – o quasi – una delle più piacevoli trascorse finora. Siamo in sintonia, nel tagliare chili di prezzemolo per il famoso Tabbouleh libanese, nel preparare i loro Shish Kebab, per la brace, per battere le mani a tempo di musica libanese in autobus nel viaggio di ritorno. Siamo in sintonia, o almeno io mi ci sento con loro. E pure con me stessa.

 

Safa - insegnante 28enne e donna più dolce mai incontrata

 

 

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Martedì, 11 Luglio 2017 17:40

Diario Libanese #DAY36 / #DAY38 – Le tre libertà

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Il Libano continua a stupire. Più lo attraversi, più riesce a coinvolgerti, a sorprenderti, a mostrarti la sua bellezza, la sua simpatia. Ti regala tramonti simili a quelli Greci, antichissimi templi Romani, cantine del vino in cui rifugiati Turchi hanno trovato salvezza. Prima di me, questa terra è stata toccata, amata o calpestata da innumerevoli popoli, etnie, colori, culture, cibi, armi, eserciti, radicalismi, guerre.

 

BAALBEK, PROFUMO DI STORIA

Domenica siamo andati a Baalbek, città al centro della spettacolare Valle di Beqāʿ e sito archeologico nominato – più di trent’anni fa – Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. È un museo a cielo aperto, ricco di templi romani che hanno circa venti secoli di storia da raccontare. Siamo rimasti tutti a bocca aperta e – come successe nel parco dei Cedri – ognuno si è ritagliato un momento per sé.

 

 

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Chi si è arrampicato per raggiungere la cima di una serie di massi, chi si è affacciato da uno degli squarci dei templi per ammirare la valle. C’è poi chi, come me, ha cercato un posto all’ombra, lontano dai turisti, lontano dalle voci. Nel momento stesso in cui penso che quel posto possa essere mio, mi rendo conto che no.

 

Quel posto è di tutti e di nessuno. Quel posto ha visto piedi libanesi, turchi, romani, greci, italiani, inglesi, francesi. Chissà quante scarpe come le mie, diverse dalle mie, più grandi e più piccole delle mie hanno scavalcato questa roccia per ammirare la valle e per sentirsi liberi. Spero solo che, quelle stesse scarpe, li abbiano portati proprio dov’ero io, proprio nella stessa posizione, proprio con la stessa sensazione. La libertà.

 

baalek

 

 

 

LIBERTA’ NEGATA

Parlo di quella libertà di cui i rifugiati siriani come Abdullah non godono. Abdullah ha 29 anni, da qualche anno vive in Libano e il primo settembre sarà il suo primo anniversario con SB Overseas. Insegna arabo e matematica ai bambini del centro. Durante il pomeriggio, mi assiste durante la mia classe di matematica. Si è laureato in Siria e vorrebbe fare un Master. Ha 13 fratelli. 13. Solo lui e uno dei fratelli sono scappati in Libano quando la Siria è diventata terra di fuoco.

 

Parlavo, appunto, della sua Libertà. Non è libero di tornare in Siria, altrimenti verrebbe obbligatoriamente spedito nell’esercito a combattere. Mi dice: ‘They want me to fight. I don’t want to fight’. Come lui, vive imprigionato anche Wael – il direttore del centro con il fratello imprigionato per davvero. Non si sa perché. Non si sa dove.

 

 

LIBERTA’ REGALATA

Il visto di Abdullah scade tra meno di un anno. Non si sa se glielo rinnoveranno. Lui passa la sua vita a fare da padre, insegnante, amico e fratello a tutti i bambini del centro. Tutti. Non se ne perde uno, non si perde nessuna storia, nessuna lacrima e nessun sorriso. Ogni giorno, quando finisce di lavorare al centro, va al campo Sabra e Shatila.

 

Lì va nelle case dei bambini; a turni regolari passa nella casa di tutti. Va in quella di Reda, Diaa e Nour per dire al loro papà di continuare a mandarli a scuola. Ci va per controllare che il papà si dia una regolata, considerando che li picchia regolarmente. Ci va perché loro una mamma non ce l’hanno, li ha abbandonati tempo fa. Va a casa di Fatima, (Crazy) Muhammad, Reema e la loro nonna, il loro papà, il loro zio e tutti i cugini. Vivono in 10 in un appartamento del campo. Va a regalare abbracci e educazione. Va a regalare sospiri di sollievo per dei genitori che hanno trovato, in lui e nel centro in cui insegna col sorriso, la speranza per i loro figli. Gli regala, quotidianamente, la libertà.

 

 

LIBERTA’ MINACCIATA

Proprio quest’uomo di cui ho appena scritto, questa fonte spontanea e inesauribile di gioia, energia e bontà, vede la sua libertà prima negata, poi faticosamente e artificialmente riguadagnata, poi minacciata. Succede domenica, quando tornando da Baalbek, uno dei posti di blocco dell’Esercito Libanese ferma il nostro autobus. Aprono la portiera 3 soldati giovani, con in braccio un fucile di cui non so il nome. Lungo, grosso. Spaventoso.

 

Ci chiedono i documenti. Tutti tiriamo fuori il nostro. Prendono solo quello di Abdullah. La copertina gli dice che è un passaporto siriano. Non fanno neanche il finto gesto di guardare i nostri. Siamo bianchi, siamo ok. Siamo ok.Guardano – alternandosi e con sguardo inquisitorio – il suo passaporto e i suoi occhi. Il passaporto, la faccia. Il passaporto e ancora la faccia. Non sembrano convinti. Lui, a quanto pare, non gli sembra abbastanza ok. Mi si contorce lo stomaco, per la rabbia, per la paura. Durante l’ultima settimana hanno arrestato dozzine di rifugiati siriani con visto scaduto da qualche giorno. Il suo non lo è, ma lo scopro solo quando – dopo 5 minuti fermi in questo limbo – ci lasciano andare. Lui guarda me a Anne Sophie, visibilmente arrabbiate, avvilite, dispiaciute.

 

maschere e sorrisi

Abdullah, maschere, colori e sorrisi.

 

Everything’s ok. Don’t worry.

 

Lui, questi attentati alla sua libertà, li vive così. Lui ha imparato a tenersi stretta ogni briciola di successo. Questo è un successo.

 

 

 

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Venerdì, 07 Luglio 2017 11:30

Diario Libanese #Day32 - #Day35 - Cambiamenti

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Da questo lunedì sono cambiate tante cose. È cambiato il mio orario di insegnamento – finito il Ramadan si lavora dalle otto alle cinque. È cambiato il numero delle mie lezioni, subendo una crescita esponenziale. Oltre ai bambini, ora insegno inglese anche a tre arabi dello staff dalle otto alle dieci. Mi piace, sono forti e hanno voglia di imparare. In aggiunta, da ora in poi prenderò due lezioni di arabo a settimana, dalle cinque alle sei. Ci sono poi la spesa e le pulizie di casa il lunedì, il meeting di casa il mercoledì, quello dello staff il venerdì, le attività coi bambini il sabato mattina e il lesson plan della settimana successiva da consegnare entro il sabato sera. E la domenica che fai? Non te la fai una scampagnata in giro per il Libano in autobus coi piacevoli trentanove gradi estivi?

Mi scuso per lo sproloquio.

Di seguito, appunti e riflessioni.

 

Bella come

Quando conosci una donna col velo, non te la immagini senza. Non ti rendi conto del peso che hanno i capelli nella figura umana. Non ti rendi conto della bellezza della natura stessa finché non ce l’hai davanti. La bellezza come ce l’ho avuta io davanti stamattina, durante la lezione di inglese con Rhada e Rima – due delle donne arabe a cui insegno inglese. Stavo spiegando il verbo avere – forma affermativa, negativa e interrogativa. Rhada indossava un velo rosso, mentre Rima lo aveva verde albero. Chiedo a loro di fare degli esempi con I have got, I haven’t got. Parlano del velo, I have a red scarf, She has a green scarf. Esempio successivo: colore dei capelli. Rhada dice di avere i capelli castani, Rima ride perché mi confessa che è proprio lei a tingerli a Rhada di quel colore. Le chiedo che colore sono nello specifico, se chiari o scuri. Rhada si guarda intorno, in classe siamo solo noi tre. Controlla che dalla finestra non la sbirci nessuno. Si toglie il velo dalla testa. È bellissima. Semplicemente bellissima. Dimostra dieci anni di meno. Rimango a bocca aperta. Ridiamo tutte e tre. Si rimette di corsa il velo. Dei passi si avvicinano.

 

burka

 

ROA VA VIA

Cambiamenti di vita. Non della mia. Cambiamento della vita di Roa, la bambina dai capelli lunghi neri e gli occhi dolci. Non è venuta a scuola durante le ultime due settimane. Dopo qualche giorno di assenza, ho iniziato a chiedere ai miei responsabili se avessero sue notizie. Si sono informati e hanno scoperto che Roa e la sua famiglia sono tornate in Siria. Non sanno perché, non sanno se la ragione sia stata l’impossibilità di continuare a permettersi di vivere nel campo. Non lo sanno e, con ogni probabilità, non lo sapremo mai. Non l’ho salutata, non ho detto ciao a quegli occhi grandi e densi. Non so se la sua casa in Siria sarà al sicuro, non so se continuerà ad andare a scuola, non so se avrà le attenzioni e l’infanzia che si merita. Ci sto male. Ci stiamo male tutti.

 

in riga

 

 

MATTONI SU TABULE RASAE

Quarantotto dei nostri bambini sono entrati nella scuola pubblica. Ce l’hanno fatta. Sono felice e triste allo stesso tempo – semplicemente perché non saranno più nelle mie classi. Sono già arrivate le nuove pesti. Sono belli, rumorosi, sorridenti e non hanno idea di come ci si comporti in una classe. Una delle mie nuove classi è composta da diciassette di loro – 17, il mio numero preferito. Sono piccoli, tra i sei e i sette anni. Sono tabulae rasae e il nostro compito è quello di cementare i primi mattoni della loro conoscenza. Sono onorata.

 

 

attenti

 

 

VOLONTARIAMENTE, DIVERSI

Cambiamenti di umore repentini tra noi volontari. In comune abbiamo la stanchezza e l’amore per i bambini. Differiamo su quasi tutto il resto. In ordine sparso, ci scontriamo sulla nostra gestione delle classi, sul modo di fare, sull’educazione e il rispetto, su Trump, su chi pulisce cosa e chi non pulisce mai, su chi rutta a tavola e chi no, su chi fa la lavatrice col programma sbagliato sprecando ettolitri d’acqua. E poi, ancora, sull’aria condizionata, sulla giustizia o meno del consumo di carne e pesce, sullo stendere il telo in bagno dopo la doccia, su chi se ne frega, su chi sembra un po’ cascato qui per sbaglio, su chi se la prende per tutto – e per una volta quella non sono io. Ci sono poi le gelosie: tu hai più lezioni di me, io assisto e basta. Quasi dimenticavo, ci scontriamo poi sulla presenza dei polli in cucina e sul loro maltrattamento.

 

TUTTI I PULCINI DIVENTANO POLLI

Sì, i polli in cucina. Tre settimane fa una volontaria è tornata a casa con una scatola minuscola di cartone contenente due pulcini. Carini, adorabili. Peccato che in poco più di un mese quei pulcini diventano polli. Peccato che a oggi, dopo tre settimane, sono ancora in una schifosa scatola di cartone. Peccato che lei si dimentica di loro, si dimentica di cibarli, di abbeverarli, di pulire quella scatola che puzza di morto. Non si cura di farli uscire dalla scatola per almeno mezz’ora al giorno. Se ne ricorda ogni tanto. Se ne ricorda nel momento in cui le faccio presente che i pulcini hanno iniziato a volare e riescono a scappare dalla scatola. Quando scappano, girano per tutta la cucina – inutile stare a elencare gli aspetti igienici della questione. Ha risolto il problema mettendo due ceste sulla scatola. Questo è davvero troppo. Abbiamo stabilito, durante uno dei nostri meeting infiniti, che entro domenica devono essere fuori di casa. In teoria, li porterà in una fattoria nel Sud del Libano. Se ciò non si dovesse avverare, mi prenderò la briga di regalarli a qualcuno che sia in grado di prendersene cura. Sono sicura che i nostri bambini sarebbero più bravi di lei. 

È già trascorsa metà del percorso.

Chissà se c’è mai stato un volontario che abbia pensato ‘sono solo a metà’, piuttosto che ‘sono già a metà’. Sarebbe triste, contraddittorio. Non riuscirei a capacitarmene, forse neanche ad accettarlo.

 

Oggi avviene il primo saluto di una parte del team, che torna a casa dopo tre mesi trascorsi qui. È Lin che torna a casa, la ragazza bionda svedese che non alza mai la voce, sorride sempre, dorme tantissimo e ama questi bambini.

Cerco di immedesimarmi in lei, nella sua vita di questi ultimi giorni qui. Cerco di capire come sarò io in quegli ultimi giorni.

 

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Lin circondata da alcuni dei suoi amati

 

Alcuni – sto minimizzando – mi prendono in giro perché sono particolarmente emotiva. In parole povere, una colabrodo, una che piange spesso. Non posso negare, mi emoziono con poco e gli occhi mi diventano lucidi anche meno di poco. Crescendo sono migliorata, ma colabrodo sono e colabrodo rimarrò. Soprattutto nulla cambierà in questo restante mese.

 

Mi chiedo, quindi, come farò a mantenere contegno davanti ai bambini durante il mio ultimo giorno. Il giorno in cui – com’è successo oggi con Lin – qualcuno dirà ai bambini che sto per partire, che è la mia ultima lezione. Come farò nel momento in cui, venuti a conoscenza della mia partenza, saranno più affettuosi del solito. Magari, come con Lin, scriveranno il mio nome sulla lavagna, lo circonderanno di cuori e intoneranno un coro per me. Magari mi abbracceranno più di quanto non lo facciano già. Magari lo faranno anche quelli che di solito sono più timidi, meno amanti del contatto fisico, o visivo.

 

Allora se ciò dovesse succedere – in realtà, anche se ciò non dovesse succedere – mi verrà da piangere. Non me lo posso permettere.

 

 

REGOLA N° 1: NON SI PIANGE

Non si piange. Sono loro che abitano in un Campo Rifugiati in cui qualche giorno fa una sparatoria ha ammazzato una bambina di 8 anni di nome Helena. Sono loro che vivono lontani da casa che è fisicamente così vicina ma praticamente irraggiungibile.

 

Sono loro che ogni due mesi devono conoscere una faccia nuova e abituarsi. Sono loro che ci offrono la loro fiducia e la loro storia, tradite dalla nostra sparizione dopo 60 giorni. È un ciclo continuo, ma non significa che loro si abituino a questo. Non significa che lo schiaffo sia meno doloroso.

 

 

REGOLA N°2: TWO MONTHS NO MORE

Loro non sono in grado di capire che non stiamo andando via perché non vogliamo più stare con loro, o perché abbiamo di meglio da fare. Non possono sapere che la politica di SB Overseas prevede che i volontari stiano qui per un massimo di 2/3 mesi. Ho chiesto al capo di SB – ossia la sua fondatrice, Luma – perché ci fanno stare solo due mesi. Mi ha spiegato che, dopo questo intervallo, tutto diventa troppo difficile. I volontari si affezionano troppo; i bambini anche. Inoltre, questa regola li tutela nel caso in cui avessero problemi con un volontario specifico. Dopo al massimo due mesi se ne liberano, mentre se avesse un contratto di 6 loro sarebbero spacciati – mi spiega che è capitato e che l’esperienza insegna.

 

Capisco la logica; non vuol dire che mi piaccia. Non vuol dire che sarò più razionale nel momento del Goodbye.

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Ali focalizzato sul suo latte e cereali

 

 

LA PRIMA MERENDA

Non mi va più di dire Goodbye. Non mi andrà, soprattutto, di dirlo a questi grandi sorrisi bianchi. Bianchi come il latte che hanno ricevuto oggi per merenda con i cereali. La tenerezza di vederli mangiare per la prima volta non si può spiegare a parole. La felicità di vederli mangiare piuttosto che digiunare viene da sé.

 

Mi sono seduta vicino a Fatima mentre si gustava lentamente il suo latte. Me lo ha chiesto lei di sedermi, non potrei mai dire di no.

Le spiego che Lin partirà domani, prenderà un volo. Lei, con la mano, imita il decollo e l’atterraggio. Sanno cosa vuol dire ‘Flying Back Home’. Preoccupata mi chiede se partirò anche io domani. Le dico di no. Sorride e mi abbraccia, forte. Avvicina con le mani il mio orecchio alla sua bocca e mi dice: I love you Miss Sara.

 

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Io e Fatima, strette, insieme. 

 

Poi, ditemelo voi come si evitano gli occhi lucidi. 

 

 

 

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Questa pagina parlerà di sé principalmente tramite fotografie che ho scattato durante queste due giornate di attività con i bambini al centro Bukra Ahla, dove trascorro oggi il mio 28esimo giorno Libanese. 

Tutti - o quasi - abbiamo collaborato come un vero team per creare il mix perfetto di attività da proporre ai bambini, sia per ieri che per oggi. Abbiamo diviso le giornate in 3 fasce orarie, con conseguenti 3 gruppi diversi di bambini per ciascuna fascia. A sua volta, ogni fascia oraria di 2 ore è stata suddivisa in 3 parti, ciascuna di 40 minuti. Una nella Classe C, una bella Classe D, una nel grande balcone della scuola. 

Noioso, lo so, ma efficiente. 

 

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Julia e Sham - felici allo stesso modo

 

 

#Day 27 – Primo Round

A rotazione i bambini hanno disegnato una natura morta, copiando su carta un vassoio pieno di frutta e verdura fresche, comprate stamattina nel mercato qui sotto. Non ero sicura gli sarebbe piaciuta come attività, benché io la amassi alle elementari. Ha funzionato, sia con i maschi che con le femmine (ovviamente le ultime con cuoricini annessi alle ciliegie e matita color rosa in frutti notoriamente gialli o verdi).

Finito il disegno, tutti fuori a giocare alla corsa con le uova nei cucchiai – uova ovviamente sostituite con palline da ping pong o rimbalzanti per evitare il disastro. Si continua così, per tutta la giornata. non ci si stanca, mai.

 

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Il concentratissimo Muhammad

 

#Day 28 – Secondo Round

Nuovo sole, nuova luce. Stamattina trovo 10 minuti per stare da sola affacciata alla finestra. Finalmente non ci sono rumori, né fuochi d’artificio, né colpi di pistola. Non mi va ora di scrivere ciò che è successo qualche giorno fa nel campo Sabra e Shatila. Mi rende triste, è triste. Voglio che questa pagina accolga solo colori.

 

Abbiamo una nuova voglia di iniziare da capo come ieri, con giochi diversi, con gli stessi sorrisi. Ogni giorno un tassello in più della nostra conoscenza dei bambini, dell’affetto reciproco.

Oggi si colora, si gioca a Duck Duck Goose in balcone. Inoltre, oggi, tutti usciranno dalla scuola con la faccia colorata. Tanti Spiderman, tante farfalle.

 

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AbdulRrazaq - il nostro spiderman

 

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Ibtisam e Hala - due farfalle

 

 

 

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ID AL-FITR - LA FESTA PER CELEBRARE LA FINE DEL RAMADAN

Gli ultimi cinque giorni sono stati una festa continua in giro per tutto il Libano. La festività celebrata era la Id al-fitr, ossia la festa della rottura del digiuno del Ramadan. Giustamente se la meritano.

Niente lezioni da lunedì a mercoledì, perciò in pratica – per noi volontari – ponte di 5 giorni. Stabiliamo piani per visitare varie città, vanno tutti in porto tranne Tripoli (Tripoli Libanese, non Libica). La rimandiamo a un altro weekend causa mancanza automobile.

 

Sabato e domenica me li passo a letto con una bella tonsillite - come una ragazzina ho pensato che uno spray bastasse. Odio gli antibiotici finché non li prendo e capisco che sono la salvezza. A parte questi dettagli noiosi, appena mi riprendo vado insieme al dream team di volontari a Byblos, poi in una spiaggia rocciosa e non frequentata tra Byblos e Batroun e infine, martedì, a Saida. Seguono foto di Byblos – che parlano da sole sulla bellezza della città – e il mio racconto di Saida, la città incantata.

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Vista mare da una finestra del Castello di Byblos

 

BYBLOS 3

La torre principale del Castello di Byblos

 

 

SAIDA - LA CITTÀ INCANTATA

Il titolo per descrivere Saida è uscito dai polpastrelli autonomamente. Non so se l'ho pensato prima di scriverlo, so che lo penso. È avvolta da un’aura magica, che ti permette finalmente di sentire di vivere nel Medio Oriente. Il Souk (ossia il mercato principale), benché non fosse visibile nel suo intero splendore a causa di alcuni disertori per festività, è incredibilmente affascinante, con le sue porte in legno, i suoi venditori sorridenti, i suoi odori tipici. Seguendo la via del Souk, si giunge alla piazza principale di Saida, dove si trova la moschea più antica della città (13esimo secolo d.C.). È nascosta tra gli alberi e, da fuori, non sembra così antica. Scopro, infatti, che è stata ristrutturata recentemente. Aspettiamo impazienti l'apertura prevista alle 16 e, nel mentre, ci sediamo in un bar per bere una limonata con menta. Fresca, finalmente. Si muore di caldo, di umido.

 

Arrivano tanti bambini in piazza; uno su due con un fucile o una pistola giocattolo in mano. Sparano pallini. Mi sparano un pallino sulla schiena, mi giro e faccio per rimproverarlo come farei con uno dei miei studenti, ma mi rendo conto che non lo è e che non sono né Miss Sarà né un bel niente qui. Non mi ascolterebbero; ci ridiamo su.

 

Saida 2

Bambino con fucile spara-pallini si aggira intorno al nostro tavolo

 

Entriamo nella moschea, una alla volta perché solo io ho portato una sciarpa e bisogna coprirsi la testa per entrare. È grande, ariosa, luminosa. Un tappeto rosso accoglie i credenti - e non in questo caso - e ognuno sembra trovare il proprio spazio seduto per terra o sulle panche intorno al grande spazio centrale. Non c'è ordine preciso, ma la sensazione è quella di un ordine spontaneo e naturale che sembra ancora più ordinato di un ordine imposto - la ripetizione è voluta.

È l'ora della preghiera e, con gentilezza, un signore mi spiega che dobbiamo sbrigarci perché dopo non possiamo stare dentro. Tutti sorridono quando passo, e riescono a farmi sentire meno turista, meno invadente, meno fuori luogo.

 

Saida 1

Il caldo e la vita della piazza principale di Saida

 

 

IL CENTRO RIFUGIATI DI SAIDA - 1500 PERSONE

Finita la visita, decidiamo di andare a vedere il centro di SB Overseas a Saida, dove – al nostro arrivo – l’altro gruppo di volontari sta lavorando tenacemente per creare un video. A Saida i bambini, insieme alle loro famiglie, abitano – dopo averlo occupato – in un palazzo dismesso e incompleto, inizialmente costruito e finanziato dal governo nell’intento di creare una sede universitaria. Hanno finito i fondi e l’hanno mollato lì. I rifugiati siriani ci hanno trovato la propria casa. SB Overseas, pochi mesi fa, ci ha trovato una nuova possibilità di fornire aiuto, costruendo la propria scuola al piano terra.

Circa 1500 persone vivono nel rifugio. 1500.

 

Per stavolta riusciamo a vedere solo il centro SB. Spero di tornarci e di vedere anche tutto il resto – magari con un mio amico fotografo che forse mi raggiungerà a breve per un progetto fotografico. Ho fame di storie da ascoltare e da custodire come fa lo scrigno, da raccontare come fa il menestrello. Storie con cui lasciarsi penetrare e scavare. Storie che la superficie non fanno neanche in tempo a sfiorarla per quanto pesano. Storie che ti fanno piangere, storie che ti fanno ridere.

Sono nel posto giusto. Sono qui. Non voglio andare da nessun altra parte.

 

 

BASTA VACANZE, VOGLIAMO I LORO SORRISI

Si torna. Ancora un giorno senza perseguire lo scopo per cui sono qui.

Mi mancano i bambini, ci mancano i bambini. Noi non ci bastiamo tra di noi. Siamo qui per qualcosa di più soddisfacente che scambiarci le nostre opinioni su qualsiasi cosa possibile. Non che non mi piaccia; amo scoprire anche loro giorno dopo giorno, solo che i nostri sorrisi non brillano come quelli delle pesti che vediamo ogni giorno.

Manca poco, meno uno. Non vedo l’ora.

Mercoledì, 28 Giugno 2017 14:43

Diario Libanese #Day 20 – La storia di Saddam

Scritto da

di Sara Del Debbio

 

Per questi due giorni, credo che il modo migliore per dare un valore aggiunto a questo diario sia raccontare la storia di Saddam.

 

#DAY20 - SANDALI SFINITI

Saddam è stato accolto dal centro Bukra Ahla di Sb Overseas durante l’anno passato – tra ottobre e novembre. Al momento non viene a scuola causa Ramadan, ma lavora tutto il giorno tutti i giorni in un negozio di domestici. È proprio nel negozio in cui lavora che l’ho incontrato la prima volta. Passeggiavo con Anne Sophie in una strada vicino al nostro appartamento – come sempre, cercando di non farci ammazzare da ogni veicolo impazzito per la via – e a un certo punto l’ho vista distrarsi dalla nostra conversazione e concentrarsi su un punto preciso. Ho guardato nel punto dove mirava il suo sguardo e ho visto un bambino magro e slanciato, con una maglietta verde e sandali sfiniti. Lei mi ha detto: “Quello era un mio studente! Quello è Saddam!”.

 

Non ha visto Anne Sophie, che non voleva appositamente andare a salutarlo per non disturbarlo durante il suo lavoro. Stava mettendo a posto delle scope e dei secchi, ascoltando le indicazioni del suo capo. Mi ha fatto tenerezza vederlo lì, sudato e affaticato. Ho chiesto ad Anne Sophie chi fosse e perché lavorasse lì invece che essere a scuola. Mi ha spiegato la sua storia, mettendo l’accento su quanto fosse più avanti degli altri – in ogni materia – e di quanto fosse amico di Reda, il bambino che a ogni lezione mi rammenta che non vuole fare inglese. Mi spiega che queste due pesti erano innamorate di SpongeBob, la spugna gialla protagonista del cartone animato. Per stimolarli a stare attenti a scuola, gli prometteva che avrebbero ricevuto, ogni venerdì, un’immagine diversa da colorare di SpongeBob – ovviamente se si fossero comportati bene.

 

Saddam deve ancora finire il suo percorso al centro prima di partecipare al test d’ingresso del sistema educativo Libanese e guadagnarsi l’entrata in una scuola pubblica. Tornerà a scuola appena il Ramadan sarà finito e a quel punto al lavoro si aggiungeranno le lezioni di matematica e inglese. Penso solo a quanto la sua vita da dodicenne sia già così intensa e stancante. Più di quanto non lo sia mai stata la mia in ventiquattro anni.

 

 

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Saddam, col sorriso suo in una foto di SB Overseas.

 

 

#DAY 21 - L'INTERVISTA

Oggi – il giorno dopo il nostro incontro casuale al negozio di domestici – Saddam è stato invitato al centro per essere intervistato da K., una giovane donna sposata con un diplomatico, attualmente e per i prossimi quattro anni in missione a Beirut. K. è una giornalista che ha deciso di aiutare SB Overseas ogni martedì e giovedì al centro Bukra Ahla. Alcuni bambini fanno più fatica di altri ad apprendere e, per questo motivo, ricevono supporto extra fornito da alcuni volontari e, appunto, da K.

 

Oggi K. mette insieme le sue due occupazioni e, mentre è al centro per svolgere le sue normali lezioni di supporto, ritaglia un’ora per intervistare Saddam. Il colloquio ha luogo nell’ufficio del centro, dove anche noi volontari prepariamo il nostro lavoro per le lezioni. Sto incollando schede nei quaderni per la mia classe di oggi, quando Saddam entra in ufficio, sorridente e un po’ intimidito dalla situazione particolare e inusuale. Si accomoda su una delle sedie girevoli di pelle, affiancato da K. e da Wael – che tradurrà domande e risposte per K. Io sono a pochi metri da loro, ma, girandomi appena, riesco a vederlo, intento nello scrutare la donna che sta per entrare come un tornado nella sua vita più intima, più custodita.

 

Saddam è felice del suo lavoro, il suo capo lo tratta bene – o così dice. Non si lamenta, né della stanchezza, né della fame causata dal Ramadan, né della sua obbligata assenza da scuola per questo mese. Gli mancano la Siria e la sua casa. Gli mancano i suoi amici, dice che in Siria ne aveva di più di quanti ne abbia qui. La zona in cui viveva in Siria è stata soggetta a bombardamenti, perciò è scappato con la sua famiglia. Non piange mentre lo dice. Non cambia espressione. K. gli chiede se ha paura della guerra. Sì, ne ha. Anche stavolta, lo dice con lo stesso dolce e particolare tono di voce di prima. Sono incredibili la naturalezza e la sincerità con cui mostra le sue ferite più intime, più dolorose. Quelle ferite che, come un gatto, si è leccato e curato da solo.

 

 

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Saddam che, nonstante tutto, continua a ridere. E gli riesce bene in questa foto di SB Overseas.

 

 

Arriva un’altra domanda, veloce e potente come un fulmine. “Ti senti più sicuro qui nel campo Sabra e Shatila rispetto alla tua casa in Siria?”. Esita. Spiega che sì, si sente più sicuro, ma ha delle riserve. Anche qui a volte vede persone che lottano per la strada, che litigano, che si minacciano, che si procurano violenze. Lei, a quel punto, gli chiede quale sia la sua reazione quando ciò accade. Lui spiega che semplicemente si allontana, va nel lato opposto della strada. A volte, dal palazzo in cui viviamo, si sentono colpi di pistola. Vicini, molto vicini. Provengono da strade adiacenti a qui. Quelle che Saddam attraversa ogni giorno. Per forza ha paura, sia nel caso in cui la guerra ci sia, dichiarata e ufficiale, sia quando c’è ma vige un tacito accordo nel non definirla tale.

 

Saddam comincia a sembrare un po’ inquieto ora, non per quello che dice, né per come lo dice. Semplicemente, i suoi movimenti scattosi sulla sedia suggeriscono – almeno a me – la sua voglia di uscire dal centro dell’attenzione, dal cono di luce. Suggeriscono la sua voglia di abbandonare questa sedia di pelle in cui si è seduto per raccontarci la sua storia e il suo desiderio – o forse obbligo – di tornare in mezzo a scope e secchi per continuare a scriverla, la sua storia.

 

Tra qualche giorno tornerà a scuola e io non vedo l’ora di conoscerlo senza fargli domande. Aspetterò, forse per sempre, che riapra ancora quel suo diario così segreto. Sarò lì ad ascoltarlo e, ancora di più, a dargli una carezza se la vorrà. 

 

 

 

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Domenica, 25 Giugno 2017 12:52

Diario Libanese #Day18 - #Day19: Girotondi e Felicità

Scritto da

di Sara De Debbio

 

Un altro ordine sparso. Un’altra serie di eventi. Un’altra serie pensieri da questi giorni di Libano, il diciottesimo e il diciannovesimo – di già.

 

RIDERE, OCCHI E BOCCA

Il potere del divertimento. Niente funziona come il divertimento con i bambini per farli concentrare. Basta poco, quasi niente per crearlo. Non hanno bisogno di grandi televisioni, o di grandi scatole di giochi. Hanno bisogno di grande creatività, questo sì. Bisogna ingegnarsi, con carta e colori, con scatole e palline da tennis. La felicità che provo nel momento in cui un gioco apparentemente stupido funziona per insegnargli qualcosa è incomparabile. Anzi, è comparabile alla gioia dei sorrisi che mi regalano e delle loro voci che urlano la parola giusta riferita all’immagine che gli indico sulla lavagna.

 

 

SE SEI FELICE, SALTA

Ho creato due origami di carta, quelli che mia mamma mi ha insegnato a fare quando ero piccola. Ho colorato le parti esterne e ho disegnato nella parte interna di ogni colore qualcosa che iniziasse con la lettera H – un cuore, un cavallo, un hamburger, ecc. Ho portato in classe il mio origami e Grace ha fatto lo stesso con quello che ho creato per lei. Abbiamo chiesto ai bambini, divisi in due gruppi, di scegliere uno dei colori. Dopodiché, sollevando il triangolo colorato, scoprivano che c’era qualcosa anche sotto, l’immagine. Sorpresa, quindi divertimento. Divertimento quindi stimolo per memorizzare la parola dell’immagine. Funziona. A fine lezione tutti sapevano le parole con la H, tutti sorridenti. Tutti, come prevedibile, vogliono il loro origami di carta. Mi urlano “Miss, Miss!”.

 

La lezione è finita, perciò chiedo ad Abdullah se posso restare di più per farlo a ognuno di loro. Lui mi sorride, non vede l’ora di sedersi da quanto è stanco. Annuisce. Resto con loro più tempo, il tempo che desidero, il tempo che non voglio che finisca, il tempo che mi regalano, il tempo che gli regalo. Cerco di spiegargli che ho solo due mani e che non posso fare venti origami nello stesso momento. Non sembrano capire, forse non vogliono. Imperterriti mettono il loro foglio sopra a quello del compagno dove sto disegnando la testa del cavallo, che va per la maggiore. Sono felici, “Thank you Miss!”. Ali S. – quello con più bisogno di affetto – si stringe a me e salta, vuole che anche io salti con lui. Arrivano gli altri e saltiamo insieme. Non so che altra parola usare, se non felicità. È musica.

 

verticali

 

 

GIROTONDO

È tempo di uscire un po’ da questa classe, fa caldo, siamo stanchi. Tutti. Portiamo i bambini fuori, nel lungo balcone su cui si affacciano le classi. Ci sediamo tutti in tondo e Abdullah chiede in arabo ai bambini cosa hanno fatto durante il weekend. Sima parla a raffica, racconta tutto senza prendere fiato. Abdullah mi spiega che ha praticamente fatto tutte le cose possibili e inimmaginabili questo weekend con la sua famiglia e che è felice. Arriva il mio turno, Hisham mi chiede “Miss Miss, you you!”. Spiego che ho visitato un parco di Cedri e che è stato bellissimo, che lì faceva fresco e che la vista era spettacolare. Abdullah glielo dice in arabo. Mi sorridono. chissà se un giorno potrò andarci con loro.

 

Ora si gioca. Le bambine vogliono ballare con me e fare quel gioco in cui ci si tiene per le mani e si gira in tondo fortissimo, fino a che non ti gira la testa. Fatima ride, ride come non l’ho mai sentita. È musica, anche stavolta. Hisham fa le verticali con Ahmed, stanno a testa in giù per troppo tempo e quando scendono gli gira la testa e ridono, ridono forte. Finalmente sembrano bambini, quello che sono. Si gioca a un due tre stella. Sima vuole tenermi per mano. Abdullah dice “Move, Stop!” Al terzo stop io e Sima scoppiamo a ridere perché lei scivola, ma nessuno se ne accorge. Quindi siamo ancora nel gioco. Vinciamo io e lei. “Miss Miss! We win! We win!”. Sì, abbiamo vinto. Tutti insieme, abbiamo vinto oggi.

 

 

girotondo

Le risate in tondo.                                                                                                             

 

 

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