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Martedì, 19 Settembre 2017 09:15

#DIARIO LIBANESE - CAPITOLO FINALE, THE END In evidenza

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Ecco, finalmente, l’ultima pagina dell’ultimo capitolo del mio Diario Libanese. Ero rimasta alle visite alle case del campo rifugiati Sabra e Shatila. Ero rimasta al diritto di ogni essere umano di averne una, di casa.

 

Una sera, dopo una delle nostre – mie, di Sergio e di Abdullah, stavolta in veste di traduttore – visite al campo, siamo tornati a casa. Distrutti come sempre. Forse quella sera ero più in difficoltà del solito, al punto che Laura – volontaria australiana, laureata in Psicologia e con una risata da morirci dietro – mi consiglia di fare una seduta da uno psicologo al mio ritorno, per capire se ne ho bisogno per reggere e affrontare il peso della realtà incontrata lì. Deformazione professionale, penso io. Che poi magari una seduta mi servirebbe davvero.

 

Ad ogni modo, immerse nei nostri discorsi e nella sua curiosità per le storie di Sumaya, Taha, Raed e Fatem, ci mettiamo a cucinare. Pasta per tutti. Lei sminuzza le cipolle e io le aglio. Io metto l’acqua a bollire e taglio i funghi, facendo attenzione al coltello troppo grosso.

 

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La casa di Sumaya, Taha, Raed, Fatem e dei loro genitori Houssama e Ghada

 

BRUCIA. TANTO.

 

Stupidamente, non sono attenta allo stesso modo quando vado a scolare la pasta, cucinata in un pentolone senza manici. Afferro la pentola senza manici con due canovacci e la inclino sul lavandino per scolare l’acqua.

Maledettamente, uno di quei due canovacci mi scappa di mano e tutta l’acqua di quella pentola senza manici mi cade sulla gamba destra.

Disperatamente, urlo.

Disperatamente, piango.

 

Fa un male tale da farti spegnere il cervello, stritolare la mano di chiunque, affondare i denti nella tua, di mano. Tuttavia, il cervello non si spegne abbastanza da non farmi rendere conto che il mio tempo a Beirut finisce così.

 

Gamba

La mia gamba immortalata in una Polaroid scattata da Sergio

 

È FINITA LA SABBIA DELLA CLESSIDRA

 

Questo errore mi fa perdere quel tempo prezioso che già prima non bastava mai. Mi fa perdere il tempo, intenso, degli ultimi giorni. Mi fa perdere le interviste che ancora mancavano nelle case dei bambini protagonisti delle nostre storie, perché il dottore mi vieta di andare in posti sporchi, per il rischio d’infezione. Con difficoltà, delego le mie interviste a un’altra volontaria.

Non riesco a stare in piedi e a camminare. Non potrò tenere le mie lezioni. Piango, continuo a piangere. Quei cinque giorni rimanenti erano oro per me e io continuo a piangere.

 

L’unico impegno che riesco a mantenere sono le interviste ai bambini in casa nostra. Sono curiosi, vogliono sapere perché ho una gamba fasciata. Taha, addirittura, sgattaiola via dalla mia vista, sbuca dal nulla vicino a me e cerca di aprire la medicazione per sapere cosa si è fatta Miss Sara. Avevo una bolla gigante che non è esattamente qualcosa che le mamme consigliano di far vedere ai bambini. Questi poi, consiglio o no, hanno già visto abbastanza.

 

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Reda, la piccola Nour e Diaa

 

GLI ANGELI, COME SI SALUTANO?

 

Si susseguono così – tra pianti, antidolorifici e le dolcezze dei bambini e dei membri dello staff -  i miei ultimi giorni a Beirut.

 

Trovo un modo, con l’aiuto di Sergio che si è preso cura di me, delle mie bolle e delle mie angosce, di fare tutto ciò che avevo programmato per i miei bambini negli ultimi giorni. Compra 40 scatole di pennarelli – una per ognuno di loro – e “mi raccomando, non ti scordare le etichette dove scriverò il nome di ognuno di loro”. Lui, sfinito, mi dice di sì, che non se le scorda. Mi porta i bambini su a casa per farmeli intervistare. Mi porta giù al centro, l’ultimo giorno, per salutarli definitivamente. Vorrei che qualcuno, in quel momento, invece che aiutarmi a camminare, si prendesse il mio cuore in mano e lo portasse via da lì, lontano.

 

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La famiglia AbdulRahman: un papà, due mamme, undici figli più due in arrivo

 

NESSUN MANUALE D’ISTRUZIONI

 

Tengo botta, per un po’.

Tengo botta quando, uno per uno, mi consegnano il loro biglietto di saluto per Miss Sara, con su scritto I love you, o We miss you.

Tengo botta quando la classe dei più piccoli mi dona in regalo un biglietto con tutte le loro impronte impresse con della tinta colorata e con il nome di ciascuno al loro fianco.

Tengo botta quando, tutti abbracciati, Sergio ci scatta foto e Polaroid.

Tengo anche botta quando chiedo ad Abdullah di tradurre il mio discorso per loro. Quando dico a Fatima e Reda di fare i bravi e di smetterla di boicottare le lezioni di Laura solo perché non ci sono io e non vogliono lei.

 

Come previsto, cedo. Inizio a sgretolarmi quando Safa – la maestra più dolce del mondo intero – mi abbraccia e scoppia a piangere. L’aveva già fatto la mattina, quando era salita in casa per vedere come andava la gamba e per regalarmi una collana con una gabbia aperta e un uccellino. Non ce la faccio a spiegarle quanto quel simbolo significhi per me, quanto sia sempre stato il simbolo della mia infanzia, della mia famiglia unita, del valore della libertà che mi ha insegnato mio padre portando a casa una gabbia dorata gigante da tenere aperta senza nessun uccello dentro.

 

Collana Safa

La collana regalata da Safa

 

Mi sgretolo del tutto quando Fatima – il mio punto debole e forte – rimane per ultima quando tutti escono dalla classe. Mi abbraccia, si stringe alla mia pancia. Quando tira su il viso, è rigato di lacrime. Lacrime grosse, pesanti. Proprio come quelle che un secondo dopo scendono a me. Cerco di sdrammatizzare, le dico che abbiamo il libro, le nostre foto, i nostri disegni. Le dico che farò di tutto per tornare. Lei non mi sente. Mi dice di no, no, no. Non andare via. Se devi andare via, allora portami con te. Io e te, sull’aereo. Intervengono Abdullah e Safa, per fare in modo che lei capisca che devo andare via e che lei deve tornare a casa. Dio, qualcuno mi strappi il cuore da qui. Qualcuno mi porti via, mi faccia scomparire. Mi sento in colpa, se fossi stata meno affezionata a lei, lei lo sarebbe stata meno con me.

 

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Un piccolo angelo, Fatima

 

Però, in fondo, chi lo decide se è meglio dare e ricevere meno per poi soffrire meno? Chi decide che questo sia meglio che dare e ricevere tanto per poi soffrire tanto?

Ormai il danno è fatto, in ogni caso.

 

LA RIBELLIONE DELLA TERRA

Si va in aeroporto. Piango, zoppico, litigo con me stessa e con questo mondo schifoso, che caccia dalla propria terra chi a quella terra appartiene. Quel mondo pieno di case che, non si sa come, sono troppe ma non abbastanza per accogliere tutti. Quel mondo che fa credere a Fatima che venire via con me sia la cosa migliore che le possa capitare. Quel mondo che ha ucciso il fratello di Wael, senza spiegazioni, senza reato commesso. Quel mondo che non educa, non dà ciò che è dovuto, ciò che è necessario. Quel mondo che pensa a produrre, produrre, produrre e si scorda che se si continua così, il mondo stesso si ribellerà. Ci caccerà per sempre tutti, dalla nostra terra.

 

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Ultimo giorno, ultima foto

 

 

 

 

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