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Lunedì, 21 Agosto 2017 11:27

#DiarioLibanese – Capitolo Finale, Parte Uno

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A causa di un lungo susseguirsi di eventi – tra cui l’arrivo di Sergio, l’inizio del nostro progetto e un’ustione estesa di secondo grado sulla mia gamba destra – mi ritrovo solo ora a scrivere il capitolo finale, parte prima, del mio Diario Libanese.

 

DI Più, NON BASTA

Più la fine si avvicinava, più sentivo bisogno di guadagnare tempo, più giorni in classe, più momenti nelle case dei protagonisti delle nostre dieci storie del libro fotografico. Le giornate sono diventate frenetiche, i minuti quasi contati per riuscire a inserire in una giornata sola tutte le cose che facevo anche prima più i ritratti di Sergio ai bambini la mattina e le mie interviste, le visite nelle case delle famiglie il pomeriggio dopo lezione, le foto di Sergio e le mie interviste. Proprio queste ultime, soprattutto queste ultime, richiedevano tempo. Tempo per riprendersi dopo averle fatte.

 

Polaroid 1

foto di Sergio Porcarelli

 

 

L’INVASIONE

Per raccontare a trecentosessanta gradi le storie dei bambini che abbiamo scelto tra quelle di altri cento, li abbiamo seguiti nelle loro giornate, da scuola a casa. La loro casa, in cui siamo entrati a testa bassa, coi piedi felpati per paura di fare troppo rumore, per cercare di essere meno invasori di quanto non fossimo già. Siamo andati nelle case con intenzioni precise, con domande altrettanto precise e difficili da postulare una volta che la situazione era diventata reale. Una volta che i nostri occhi erano dentro ai loro.

 

Occhi stanchi, provati e in cerca di speranza. In cerca di voce.

 

Polaroid 6

foto di Sergio Porcarelli

 

 

FAMIGLIE E CASE

Alcune famiglie erano troppo grandi. Le loro case erano troppo piccole. Alcune famiglie erano in situazioni peggiori di altre. Le loro case non avevano muri a separare le stanze. Avevano tende. Alcune famiglie d’inverno avevano patito il freddo. Le loro case non avevano il soffitto. Alcune famiglie avevano più paura di altre. Le loro case erano nella zona più pericolosa del campo. Famiglie e case erano sotto minaccia. Alcune famiglie non avevano soldi per pagare l’affitto perché il papà era caduto dal quarto piano di un palazzo e non poteva camminare, né lavorare. La loro casa non era adattata alle sue esigenze. Alcune famiglie erano in Libano illegalmente. Le loro case non erano le loro case.

 

Polaroid 4

foto di Sergio Porcarelli

 

IL CAFFE’, IL CIOCCOLATO

Tutte loro ci hanno accolto con il sorriso, facendo attenzione ai nostri movimenti, alle nostre precise intenzioni, alle nostre precise e difficili domande.

 

Tutte loro ci hanno accolto col caffè, o il tè, o la coca-cola, o l’acqua. Noi portavamo cioccolatini comprati in un negozio lì vicino. Una volta, talmente era povera la famiglia, ci siamo sentiti idioti a portare il cioccolato. Sergio mi disse: “Chissà cosa avrà pensato il papà quando ha visto che avevamo sprecato circa 13000 Lire Libanesi (meno di 10$) per comprare dello stupido cioccolato”. Chissà cosa ha pensato. Chissà se ha apprezzato comunque.

 

Polaroid 2

foto di Sergio Porcarelli

 

 

TORNADO E SGUARDI

Mentre io entravo nella loro vita come un tornado con i miei punti interrogativi, Sergio costruiva il suo reportage delle case cercando di essere invisibile. Quando Sergio tornava dall’ultima stanza fotografata, io ero quasi sempre in procinto di finire le domande.

 

Ci guardavamo per un millesimo di secondo, sufficiente per me per capire com’era stato di là, quanto poteva essere stato difficile pensare al tempo d’esposizione, al diaframma e alla sensibilità ISO davanti a un buco nel pavimento al posto di un bagno.  Sufficiente per lui per capire quanto era grave qui, quanto poteva essere stato difficile fare quelle domande e andare incontro a risposte di guerra, di angoscia, di disperazione.

 

Poi restavamo un po’ lì. Giocavamo coi bambini. Scattavamo Polaroid che sarebbero restate con loro, sperando di lasciargli un ricordo felice. Dentro morivamo, dentro eravamo scavati. Sul viso cercavamo di mantenere contegno.

 

Polaroid 3

foto di Sergio Porcarelli

 

 

LA CASA, IL DIRITTO ALLA CASA

Siamo entrati e usciti da quelle case mascherando il più possibile l’emozione, la rabbia, la disperazione, le lacrime che sarebbero sgorgate una volta rientrati a casa. Una casa vera, con un pavimento, un tetto, una cucina, un bagno, un frigorifero pieno di cibo, un cesso, acqua non salata e potabile, condizionatori e ventilatori, letti, lenzuola, asciugamani, elettricità quasi ventiquattro ore su ventiquattro – o quasi – sette giorni su sette – o quasi.

 

Una casa che,

 

 

Mohammed, Nour, Fatima, Hana e le loro sorelle e fratelli,

il loro papà e le sue due mogli

Raed, Taha, Sumaya, Fatem e il loro papà disabile

 e la loro mamma

Reda, Diaa, Nour

 e il loro papà

Fatima, Muhammad, Ryma, Hisham e il loro papà,

cccla loro nonna e la famiglia dello zio

Mona, Hassan, Ibrahim e la loro famiglia

che un giorno tornerò a conoscere.

 

 

Una casa che meritano.

 

Non la meritano perché hanno fatto qualcosa di spettacolare, né perché siano speciali, né perché belli, né perché hanno già sofferto abbastanza, né perché la loro vera casa è stata bombardata.   

 

La meritano in quanto esseri umani.

 

La meritano in quanto detentori del diritto

 

“to a standard of living adequate for the health and well-being of himself and of his family,

including food, clothing, housing and medical care and necessary social services,

and the right to security in the event of unemployment,

sickness, disability, widowhood, old age or other lack of livelihood in circumstances beyond his control”

(Art. 25, 1, Universal Declaration of Human Rights, 1948)[1].

 

La guerra è una di queste ultime circostanze, beyond his control.

 

Polaroid 7

 

  1. “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà” (Art. 25, 1, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 1948).

 

 

 

Per partecipare alle attività di volontariato di SB Overseas o per donare,

visita il sito dell'organizzazione: www.sboverseas.org

sblogo white 7cm circle

 

 

Letto 382 volte Ultima modifica il Martedì, 29 Agosto 2017 11:46
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