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Sabato, 19 Agosto 2017 10:21

Accademia, terroristi e prostitute

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Sulla Togliatti, Via Palmiro Togliatti, ci sono le puttane. Ce n’è una, stanotte, con solo un perizoma indosso. Bellissima, tette perfette, si barcamena con la compravendita di quelle tette e di tutto il resto con uno dei tanti balordi che le capiterà, quella notte. Perché non fa la modella? Perché non fa la pubblicità per il somatoline cosmetic? Perché non quella per Nivea Body? Perché non anche la pubblicità progresso per la cura del cancro al seno o per la sua prevenzione? Perché, al limite, non fa la presentatrice meteo su Rete4? O la barista, cameriera, cassiera, shampista?

 

Perché non sa di poterselo permettere, perché non le è stato detto. Perché è stata obbligata – prima che da qualche padrone – dal posto dov’è nata, dal tempo in cui è nata, dalla madre da cui ha preso le fattezze, sì belle e inutili. Non ha coscienza delle sue opportunità, di quelle già sfumate e di quelle che potrebbe ancora avere. Il tutto, è ovvio, al netto della droga cui è probabilmente soggiogata, delle catene che la costringono con chissà quale inganno a starsene lì, sulla Togliatti, nuda, a dare i resti a qualche morto di voglia con un paio di cinquanta euro in più avanzati sul sedile sporco.

 

I terroristi di oggi sono come quella puttana. Non sanno quello che stanno facendo, magari gli è stato detto da qualcuno di farlo, senza neanche insistere troppo, senza neanche offrire denaro in cambio, magari. L’opzione alternativa non c’è, altra opportunità non c’è. Non c’è ragionamento sulla strada che li ha portato su quel furgone, non c’è ragionamento sulla strada che avrebbero potuto fare se su quel furgone non fossero mai saliti.

 

ACCADEMICA SENSAZIONE

Ho amici che sul terrorismo islamico, specie sull’ISIS, ci hanno scritto tesi di laurea degne di lode e sicuramente di attenzioni in più di quelle che gli sono state riservate. Per quegli amici, solo loro potrebbero parlare di terrorismo. Da una parte hanno ragione, da tette le altre, forse, no. Comunque io un po’ gli do retta e po’ no. Non ne parlo tecnicamente, né specificatamente. Ne parlo perché quella puttana bella e dolce e triste mi dato da pensare e quando ti metti a pensare mica è detto che dici cose tutte sensate e tutte giuste per forza. Però le dici.

 

Orsini e Dottori sono due professori della mia università, salutata qualche mese fa. Con il primo ho seguito un paio di corsi, tra i più interessanti, sulla sociologia del terrorismo. Il secondo lo conosco indirettamente, per i racconti di amici che lo hanno avuto in sede d’esame, per qualche conferenza cui ho assistito, per qualche post su Facebook di cui i prof non sono mai avari. Non sono avari nemmeno di comparsate tv, dopo ogni attentato. È giusto così.

 

I due, ospiti insieme, bisticciano sulla vera natura dell’attentato. Orsini dice che sono, i terroristi, degli sprovveduti con la sola possibilità di affittare un furgone e farci una strage, senza potenza di fuoco e senza protezione, solo una classica e meccanica rivendicazione post-factum. Dottori dice che l’accaduto è da intendersi alla luce della nuova configurazione dello scacchiere mediorientale, soprattutto tra Qatar e paese confinanti, dove la Spagna ha giocato una partita ambigua, dove è necessario ristabilire gli equilibri. Un attacco del genere mirerebbe a destabilizzare una parte in favore di un’altra. Orsini dice che i terroristi non hanno affatto la possibilità neanche di immaginare uno scenario così complesso e finemente architettato. Lui li ha studiati i terroristi islamici, dal 2003, il loro profilo non corrisponde a quello di uno studioso che ne sarebbe in grado – come lui o come Dottori, o come i brigatisti rossi, loro sì che ne sono stati in grado. Dottori risponde che non ce n’è bisogno, che non devono capire, devono solo fare quello che gli viene detto di fare, non c’è bisogno che capiscano il fine ulteriore, superiore, all’ammazzamento triste e becero e scomposto di qualche decina di turisti in giro per una città turistica.

 

Hanno ragione entrambi, ma i tempi televisivi e la spartizione dei primi piani fa sì che non lo si arrivi a dire, e i due sembrano in litigio, non lo sono. In accademia è d’uopo cercare il capello spettinato in un’acconciatura reale e lì concentrarsi per tutta la durata del ricevimento a corte. Il pubblico non lo sa. I giornalisti non lo sanno, tutti intenti a disegnare il più tetro e ansimante affresco di una nuova, sanguinaria giornata di guerra in Occidente.

 

STREAM OF CONSCIOUSNESS, SENZA COSCIENZA

Quei terroristi, al netto di rivelazioni che dicano il contrario, non conoscevano affatto le ripercussioni che la loro azione avrebbe potuto avere nella strategia di politica internazionale di Spagna, Italia ed Europa tutta. Eppure si sono messi in marcia su quel furgone e hanno giocato a fare la palla da bowling tra le gambe turistiche. Non sapevano che un’istruzione migliore gli avrebbe fatto capire cose diverse dalla necessità di ammazzare sconosciuti per una causa sconosciuta, forse ultraterrena. Avrebbero capito la pericolosità di certi loro pensieri se fossero andati da uno psicologo. Non sarebbero stati vittime di qualche video mal girato su YouTube se avessero visto più cinema d’autore duranti gli anni di Liceo. Sarebbero stati diversi se a un liceo ci fossero andati, magari. Magari ci sono andati, non lo so. Ho conoscenti parecchio scemi conosciuti tra i corridoi del mio liceo. Pure professori, figurarsi.

 

Il punto? Non lo so, sinceramente. So solo che sono passato davanti a quelle tette e ho pensato che la proprietaria ci avrebbe potuto fare qualcosa di più soddisfacente e costruttivo, con le sue tette. Senza pensare che, magari, avrebbe potuto proprio non farci niente, con le sue tette, se non farle toccare a qualche fortunato che aveva deciso di amare. Ho pensato che io sono fortunato a non sentire la voglia di fermarmi, complice la fortuna di essere nato dalla parte facile del mondo, in una famiglia giusta, di quelle che ti insegnano certe cose, giuste, senza neanche dovertele dire e spiegare. Ho pensato che quella puttana ha avuto un destino simile a quello dei terroristi. Tutti senza speranza e senza radici, senza opportunità, senza coscienza di essere, senza avere idea di chi poter diventare.

 

C’è a chi capita di togliersi la maglietta per strada per sopravvivere e chi di sopravvivere non ne sente il bisogno, ché la vita non gli pare degna d’esser vissuta, tanto da dover uccidere a caso, tanto da trovare una ragione in cielo per farlo, una ragione tanto assurda da essere stata, magari, costruita da qualcuno con qualche interesse geopolitico. Assurdo? Certo.

Letto 244 volte Ultima modifica il Sabato, 19 Agosto 2017 10:45
  • Non Avevo
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    Non Avevo

    Non avevo ancora tredici anni quando la portammo a casa in una scatola incastrata tra lo schienale del sedile davanti e la seduta di quello dietro. Era nera come la notte con la punta delle zampe arancioni come il legno delle vecchie radio. Non ho mai guardato la strada, seduto accanto a quella scatola, ci guardavo solo dentro con un sorriso inebetito. Era la mia prima conquista, era la prima volta che guardavo in faccia la felicità. Lei non capiva cosa stesse succedendo, ma le bastava che continuassi a guardarla e farle una carezza e a farmi mordere le dita con dei denti che erano spilli d’avorio. Alle donne in certi momenti bastano queste cose qui, me l’ha insegnato lei. Tredici anni li ho compiuti proprio qualche ora dopo che la portammo a casa. Avevo invitato a casa nuova tutti gli amici della terza media. C’era anche una ragazza che andava in primo. Grazie a Lisa che ha mangiato tutti i resti delle pizze nei cartoni che la potevano contenere, quella sera, quella ragazza l’ho baciata.

     

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    Non avevo ancora quattordici anni quando decisi che avrei cominciato a giocare a rugby. Lisa mi ha insegnato a placcare. Non c’è mai stato modo di insegnarle a riportare la palla, il frisbee, il tronco, la ciabatta, la scarpa. Perciò io tiravo qualcosa e lei poi doveva sfidarmi nel prendergliela. Giocavamo in giardino, ma per me era allenamento, tra i più frustranti cui abbia mai partecipato. Ovviamente, anche il più utile. Sono riuscito a prenderla non più di cinque volte in tutti i nostri allenamenti, per lo più quando cominciava ad avere una sua età. Gli inglesi in maglia bianca con la rosa rossa cucita a destra sul petto, però, quelli li ho presi tutti. Fiero nella mia maglia azzurra che ora sta appesa in camera sopra le lauree, in quella mezz’ora che li ho incontrati, nonostante i sessantaquattro punti che ci hanno fatto l’onore di regalarci, li ho presi tutti. Potevano alzare le ginocchia quanto volevano, ma Lisa mi aveva insegnato a placcare sotto i suoi gomiti, giusto a qualche palmo da terra. L’aveva insegnato anche a tutti i ragazzini che al campo di terra e sassi le correvano dietro senza raggiungerla mai. Lei correva con la lingua fuori e le orecchie indietro, ogni tanto si voltava e quando era stanca si sdraiava a farsi fare gli onori della vittoria.

     

     

    Avevo quindici anni quando al confine tra Francia e Spagna, mentre facevo finta di essere in California con la mia tavola, Lisa mi venne a prendere in mezzo alle onde. Non ero in pericolo, toccavo ancora, c’era bassa marea. A lei le onde non piacevano, e comunque ero troppo lontano. Attraversò gli scogli, passò sotto le onde, mi diede uno sguardo di disapprovazione e addentò la tavola. Non ci fu modo per fargliela lasciare. Mi trascinò a riva, si asciugò rotolandosi nella sabbia e ululò ogni volta che provai a rientrare in acqua. Quando mia madre, da bambino, voleva farmi uscire dall’acqua, doveva inventarsi le storie più raccapriccianti sui mostri marini del tramonto perché ne avessi paura e le dessi retta. A Lisa sono sempre piaciuti di più i fatti che le parole. Non si dice di no ai fatti.

     

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    Avevo diciassette anni quando incontrai dietro casa il bullo che quando ne avevo dodici mi picchiava ogni volta che cercavo di andare dalla ragazzina con cui uscivo, che abitava dall’altra parte del quartiere. Quando l’ho incontrato lui di anni ne aveva più di venti. Io stavolta avevo Lisa con me e qualche anno di botte in più sugli zigomi. Non servirono. Al primo sguardo fuori posto, al primo passo troppo ardito, alzò il pelo delle spalle che la fa raddoppiare di volume, mostrò i canini ormai lunghi e saldi e ricurvi. Cambiò strada veloce. Io sorrisi come un idiota. Fu solo la prima volta che mi toccò essere salvato da una donna.

     

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    Avevo ventitré anni quando mia madre dovette rinnovare il passaporto per Lisa. Lo stesso rinnovo che avrei dovuto fare io per andare a trovare Sara in Sri Lanka, anche se poi non servì. Tornò lei e anche per lei furono feste e salti e abbracci pieni di peli, sdraiati per terra a rotolarsi dentro ricordi e ritrovi. Quel passaporto, a Lisa, servì per accompagnarmi lontano da casa più di un migliaio di chilometri. Tanto se fosse servito sarebbe venuta correndo. Mi ha lasciato andare lontano per mesi. Dicono che i cani non abbiano la cognizione del tempo, non sanno se quando sei tornato dal supermercato o da lezione sono passati anni o solo una manciata di minuti. Non sanno cosa siano né gli anni né i minuti. Quando sono tornato dalla Spagna però, ha pianto e ululato e mi ha dato musate e zampate per tutto il viaggio dall’aeroporto a casa. Era come se avesse imparato a contare e si fosse messa a farlo, da uno fino a sei mesi, ora per ora fino al mio ritorno.

     

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    Avevo ventiquattro anni quando eravamo in trenta nel giardino dei placcaggi mancati. Festeggiavamo la mia seconda laurea, che poi è una sola, divisa in due episodi più o meno divertenti, più o meno faticosi. Lei c’era, lei era la vera festeggiata. Ci provava a mettersi da parte, ma non c’è mai riuscita. Ha sempre catalizzato su di sé complimenti, timori, ammirazioni, stupori. Io l’ho sempre guardata come la sorella maggiore, fiero di lei più che di qualsiasi laurea. Un’amica tra quei trenta mi disse “Guarda solo te, non ha altri occhi che per te. E guarda che occhi”. Io sorrisi commosso. Erano occhi fieri i suoi, come quelli di una sorella maggiore.

     

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    Non so quanti anni avevo ogni volta che la sveglia non funzionava, che le urla di mia madre non le sentivo, che il rumore del folletto non bastava. Serviva solo lei. Arrivava di corsa, si lanciava sul letto e quindi sul mio costato con le sue unghie da lupo. Lei, a letto, deve stare dalla parte del muro, così può stirarsi meglio e spingersi sotto il cuscino e le mie spalle, finché non c’entro più nel letto e ci rimane solo lei. A quel punto non mi rimaneva che andare a scuola.

     

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    Non so quanti anni ho avuto ogni volta che sono tornato a casa triste o deluso per qualcosa o qualcuno o me stesso. Qualsiasi cosa fosse mai successo, lei è sempre stata lì a svegliarsi quando rientravo tardi, battere la coda e spingere il muso sotto le mie mani che lo portavano alle guance bagnate da qualche lacrima amara. Da qualche dolore che lei non conosceva. Lei, però, è sempre stata lì, senza giudizio e senza lamento. Solo lì a guardarmi con gli occhi grandi e neri che solo lei sa di avere. Non so quanti anni avevo quando ho capito che non ho proprio niente, Lisa no di certo. Lisa non è di nessuno, al massimo sono io a essere suo.

     

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    Oggi ho venticinque anni e per la prima volta la vedo debole. Inerme. A volte spenta. Ha dodici anni e mezzo e per qualche assurdo calcolo è come se quella mia sorella maggiore ne avesse più di ottanta. Ora sul corpo ha mille colori, grigio, arancione, rosso, giallo, bianco e nero. Ha male. Ha il male. Ha i mali. Lei non ti dice nulla, non si lamenta di nulla. Solo, smette di correre, di camminare, di alzarsi, di mangiare, di bere. Bisogna ricordarglielo e forzarla. Vorrebbe andarsene lontano, io lo so. Solo, non ci riesce, non può. Per un animale la dignità viene prima della salute. Noi ce lo siamo dimenticato. Noi non siamo più animali e la nostra salute è diventata la nostra religione, piegando la dignità ai modelli di utilità più adatti di volta in volta. Un animale, un cane, la dignità è tutto ciò che ha, insieme all’amore e alla fiducia che decide di concedere solo e soltanto a uno o pochi compagni. 

     

    Oggi ho venticinque anni e ho guidato io per portarla dal medico. Mio padre accanto che ci prendiamo a spallate a ogni curva. Mia madre dietro con gli occhi gonfi e rossi che a ogni curva si girano ad assicurarsi che Lisa stia bene sdraiata lungo tutto il portabagagli. Ci dice che i mali sono cresciuti, che è il cortisone a non farglieli sentire sempre, ma che se non mangia bisogna forzarla che altrimenti il cortisone non può prenderlo e quindi i mali poi si fanno sentire. Capiamo. La portiamo in braccio nel suo bagagliaio. Capiamo che la dignità dobbiamo trovarla nella nostra forza, nella pietà, nella compassione, nella consapevolezza di sapere quanto lei sia amata e sia stata amata. In quella della certezza del suo amore per noi.

     

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    Oggi ho venticinque anni, è capodanno e piove. Oggi ho venticinque anni, ma a guidare è sempre mio padre, io gli sono accanto e dietro mia madre tiene la testa stanca di Lisa sulle gambe. Dentro una scatola non c’entra più da tanti anni. Esistono le cliniche veterinarie con il pronto soccorso proprio come quello dove mia madre e mio padre mi hanno accompagnato tante volte. Oggi accompagniamo lei. Siamo stati con lei fino alla fine, fino alla liberazione. Altro non è stato che liberazione. Finito il liquido blu di una siringa che sembrava quella di un film, Lisa non ha chiuso gli occhi, loro non lo fanno dice la dottoressa con gli occhi che sono dello stesso blu. Però, è subito uscito il sole, forte e giallo e alto, per almeno un’ora. Poi ha ricominciato a piovere, ché le nostre lacrime non bastavano. Non bastano.

     

    Tornati a casa, mio padre dice che lui ormai delle persone apprezza solo la dignità, dice che non gli importa di nient’altro, non dei soldi, non del lavoro, non della famiglia. Solo la dignità. Un animale alla fine, non vuole nient’altro che dignità.

    Ciao Lisa.

    Scritto Lunedì, 01 Gennaio 2018 16:05 in ...due chiacchiere con.... Letto 219 volte
  • Una Poltrona per Due è il peggior film di Natale che ci sia
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    Una Poltrona per Due è il peggior film di Natale che ci sia

    Viviamo nel tempo in cui anche esclamare a gran voce, pieni di entusiasmo, ammiccanti come Gerri Scotti, “Adesso è l’ora di Una Poltrona per Due”, non fa più ridere. Forse era anche ora che fosse così. Sono esattamente vent’anni che le ventuno e venti del ventiquattro dicembre significano una cosa sola. Eddie Murphy povero, finto storpio e cieco, intruppa con Dan Aykroyd e parte la più classica delle commedie tra scambi di ruolo, situazioni paradossali, stereotipi e tanto, tanto spirito natalizio. Questo è anche il tempo in cui per la prima volta ho deciso di mettermi a vedere Una Poltrona per Due come fosse proprio un film e non un fatto sociale normale cui assistiamo senza accorgercene, come nonna che va alla messa di Natale alle dieci e trenta. Ho deciso di guardarlo con tutto lo spirito critico che i carciofi fritti mi hanno permesso di utilizzare. Bene, ho trovato una quantità di riflessioni che vanno tutte nella direzione opposta a quella del noiosissimo spirito natalizio.

     

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    UNA POLTRONA RAZZISTA

    La prima evidente caratteristica che salta agli occhi è l’impareggiabile livello di razzismo che questa storia sotto l’albero riesce a raggiungere. Basta partire dalla prima scena. Il nero Eddie Murphy è un poveraccio, arruffone, disgraziato, truffatore, sboccato. Il bianco Dan Aykroyd è elegante, ricco che non esistono ricchi così in natura, altezzoso, severo, professionale, altero, sicuro di sé. Il secondo si avvicina al luogo dove partirà la storia accompagnato dal maggiordomo a farsi la barba, vestirsi, leggere il giornale, fare colazione, salire sulla Rolls Royce, scendere dalla Rolls Royce. Il primo si trascina su una pedana con le rotelle fingendo di aver perso gambe e vista in Vietnam pur non essendoci mai stato, litigando con tutti e prendendo per fessi i poliziotti. Si scontreranno davanti la banca del bianco – ovviamente, la banca del bianco – e da lì partiranno le vicende che noi tutti conosciamo da trentaquattro anni, anche se ne abbiamo venticinque.

    Senza stare ad analizzare ogni fotogramma, basta saltare direttamente alla fine, verso le ventitré e ventinove – giusto in tempo perché tuo zio scenda in macchina a bersi mezza fiaschetta di whisky prima di incollarsi la pancia di gommapiuma e la barba di nylon per venire a gridare Oh Oh Oh davanti ai tuoi nipotini con gli iPad in mano. Nell’ultima scena il bianco se ne sta alla prua di un trenta metri a vela a bere qualcosa tipo bourbon con Jamie Lee Curtis in splendida forma, tra brindisi alla vita e ammiccamenti che solo negli anni ottanta non erano classificabili come preludi a un film porno anni ottanta. E il nero dove sta? Ovvio, se ne sta su un lettino tipo-Capocotta a bere qualcosa a metà tra un Bacardi breezer e un Sex on the beach, con accanto una donna uscita non si sa da dove, ovviamente nera come lui – ché le razze a Natale non si mischiano.

     

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    UNA POLTRONA SESSISTA

    Altra peculiarità di questa gloriosa pellicola è un irriverente e sano sessismo, che dagli ottanta ci arriva dritto dritto a noi che non ce ne accorgiamo, ché tanto le cose non sono cambiate – con l’eccezione che oggi al telegiornale abbiamo il contatore dei femminicidi, che chissà perché qui su Word me lo segna in rosso. Le donne in questo film non ci sono proprio. Le poche, pochissime che ci sono sono marginali come i tozzetti rispetto ai pandori e panettoni Tre Marie. Qualcuno mi dirà, “ma come, c’è Jamie Lee Curtis che fa un ruolo non indifferente e su cui si basa una parte della trama”. Certo, è vero. Però, a guardare meglio, ci si accorge che Jamie Lee Curtis in Una Poltrona per Due altro non fa che la puttana. Gran bella scelta dei personaggi, di nuovo in linea con il sacrosanto spirito natalizio anni ottanta che di nuovo arriva a noi tra capo, collo e capitone. Ricapitolando, l’unica rilevanza femminile in tutta la querelle è una puttana assoldata da uno dei due ricconi che tirano le fila della trama per screditare il bianco ricco nel gioco dello scambio di ruoli con il nero povero. Pare che non manchi nulla.

     

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    UNA POLTRONA CLASSISTA

    Il classismo è l’altro fil rouge d’autore che si srotola lungo tutti i centodiciassette minuti che ci accompagnano allo scartamento dei regali e quindi alla lista Excel di quali riciclare e quali rivendere su Subito. Classismo è, oltre la dottrina marxista-leninista, “2. Tendenza, indirizzo o comportamento attribuibile a persone, gruppi o istituti che favoriscono una classe (di solito quella dominante) a spese delle altre classi d’una società; in senso più generico, intransigente difesa degli interessi della classe cui si appartiene” – citando la Treccani. Gli autori e i decisori del palinsesto di Italia Uno hanno compreso a menadito il concetto e ce lo mettono dentro tutto. Esempio più che bastevole è rappresentato dalla figura del maggiordomo. Inizialmente è un signore distinto, americano, bianco. Alla fine lui si riscatterà brindando sulla spiaggia con gli altri. Brindando con cosa? Beh, semplice, schioccando le dita per farsi portare champagne dal nuovo maggiordomo che accorre sgambettando vestito come un damerino di una crociera privata. Basso, brutto, goffo, chiaramente immigrato da qualche paese tipo Grecia o qualcosa di simile. Ottimo.

     

    UNA POLTRONA CAPITALISTA

    Il discorso classista ci porta direttamente all’ultima caratteristica natalizia del film più cult che ci sia, il capitalismo. L’unica e sola morale di tutta la storia è che l’unico e solo valore nella vita sono i soldi. Farne più degli altri per realizzarsi, per esserne migliori, magari utilizzando strategie al limite della moralità per riscattarsi e fare la vita che vedevi facevano i ricchi quando tu eri povero. Raggiungere quella posizione e comportarsi alla stessa maniera, ché tanto gli altri sono poveri e se lo sono è solo colpa loro che non sono stati in grado di escogitare un piano intelligente come il tuo per diventare ricchi. Un discorso politico che suonava come Gingle Bells nel 1983 quando il film uscì, nel 1997 quando venne inchiodato al palinsesto della Vigilia di Natale da noi, oggi che l’amministrazione americana assomiglia simpaticamente a parecchi dei personaggi di Una Poltrona per Due – solo con molta meno ironia.

     

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    UNA POLTRONA DAL PAESE REALE

    Unica – e dico unica – lettura positiva che sono riuscito a dare a questo visione ragionata del film più atteso dell’anno è un ragionamento di tipo politico-economico. Penultima scena, quella dove i due protagonisti vendono e comprano a Wall Street azioni relazionate con il mercato delle arance, attendendo le parole del Ministro dell’agricoltura che confermerà la loro scommessa e farà perdere tutti i beni ai due ricconi che avevano orchestrato la situazione salvo poi rimanerne amaramente scottati. Bene, questa scena ci fa ricordare come una volta la finanza, anche quella spietata di Wall Street, era strettamente legata all’economia reale e alla decisione politica. Scommetto che il raccolto delle arance sarà positivo e vinco perché le mie informazioni sono migliori di quelle degli altre. Era un mondo più facile, sarebbe durato ancora per poco. Erano gli ottanta di Reagan e Thatcher, della deregulation che avrebbe portato, oggi, alla finanza come grandezza separata dall’economia. Oggi a Wall Street – e a Milano, Londra, Hong Kong – si continua a scommettere, solo lo si fa sulle oscillazioni dei derivati di azioni di una società di e-business fondata a Palo Alto con sede legale a Dublino e tredici dipendenti in Italia.

    Cosa suggerisce tutto ciò? Che per la maggiore siamo messi come nel 1983 e nel 1997 – ask Silvio. E che per il resto siamo messi peggio. Non resta che aspettare le ventuno e venti del ventiquattro dicembre del duemila diciotto, pieni di entusiasmo, per esclamare “Oh, metti sul sei che c’è Una Poltrona per Due”.

    Scritto Lunedì, 25 Dicembre 2017 12:33 in Corsivo Letto 160 volte
  • Catalogna fascista, Spagna fascista - parte I
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    Catalogna fascista, Spagna fascista - parte I

    Il mainstream non è che un gerarca nazista che ti obbliga a parlare di quello che vuole lui, quindi ora bisogna parlare del referendum catalano. In realtà il tema mi interessa e lo sento per qualche ragione vicino. Parlarne, però, è molto difficile, per altrettante ragioni. Innanzitutto ne parlano tutti, mentre è già stato ampiamente strumentalizzato, da tutte le parti possibilmente immaginabili. L’ostacolo più grande a parlarne, però, nasce dai fatti, dai modi che hanno scatenato la tempesta di riflessioni e opinioni non richieste – tipo questa – su quella che era una semplice votazione non riconosciuta.  Per parlarne, visto che devo proprio farlo, proprio non mi basta un post solo, ne farò qualcuno di più. Forse ne basteranno già due, ma non me la sento di espormi sulla mia capacità di sintesi. Intanto comincio, che se non è metà, è almeno una parte consistente dell’opera.

     

    SKAPÉ, KALIMOTXO E SFOLLAGENTE

    Sono da sempre convinto della profonda stupidità del voler separarsi per essere più forti, non solo in politica e a livello nazionale e internazionale, ma proprio in senso lato. Proprio fino ad arrivare all’antica e desueta espressione “L’unione fa la forza”. Banale ma, come sempre sono le banalità, puntuale, inappuntabile. Quindi, per me – come per molti altri – il voto di Barcellona era giusto qualcosa di più di una manifestazione a suon di Skapé e al sapore di Kalimotxo – l’abominio in forma di drink più aberrante della storia. Invece no, è diventato qualcosa di globalmente riconosciuto come evento epocale, fatto storico.

     

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    Non so se mi spiego, dal Tri-Veneto in giù è illegale questa cosa qui.

     

    Perché? Perché la Guardia Civil ha deciso di sfoltire la folla dei votanti con lo strumento etimologicamente più adatto: lo sfollagente. Che sia stato adoperato chirurgicamente sui legamenti del ginocchio di una settantenne, sulla testa di un adolescente, su una mamma con in braccio la figlia o su un cane che era per strada e non doveva neanche fare i suoi bisogni, beh è evidentemente solo un dettaglio per il Governo spagnolo.

     

    Più esplicitamente, è difficile rimanere della tua posizione quando quelli della tua posizione picchiano quelli dell’altra posizione senza che quest’ultimi possano difendersi. Lo è ancora di più quando quelli della tua posizione sono lo Stato, le Istituzioni, la Polizia. Ho fatto i conti con la mia coscienza e sono rimasto nella mia, di posizione, certo un po’ più scomodo lo sono. Prima di parlare più o meno nel merito, occorre quindi una piccola digressione sui modi della giustizia e della legalità.

     

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    Una pericolosa sovversiva, assicurata alla giustizia

     

     

     

    LEGALITÀ E GIUSTIZIA

    È giusto impedire con qualsiasi mezzo possibile lo svolgimento di un’attività illegale – quale è stata il voto? Prima di essere giusto o ingiusto, è sicuramente legale, nel senso che è sancito dalla Costituzione che:

     

    “Si una Comunidad Autónoma no cumpliere las obligaciones que la Constitución u otras leyes le impongan, o actuare de forma que atente gravemente al interés general de España, el Gobierno, previo requerimiento al Presidente de la Comunidad Autónoma y, en el caso de no ser atendido, con la aprobación por mayoría absoluta del Senado, podrá adoptar las medidas necesarias para obligar a aquélla al cumplimiento forzoso de dichas obligaciones o para la protección del mencionado interés general."

     

    Questo articolo della Costituzione spagnola, il 155, sancisce in brevissimo che sì, lo Stato per mezzo del monopolio dell’uso della forza, in mano alle forze dell’ordine, può obbligare al compimento forzoso di un’obbligazione per proteggere l’interesse generale dello Stato. Traduzione volutamente letterale, e quindi brutta, ma funzionale alla sua migliore comprensione. Quindi è stato legale picchiare con manganelli e gesti poco umani quelle persone, bene. Sicuramente non è stato giusto, da un punto di vista etico – ma si sa, o si dovrebbe sapere, politica ed etica non vanno d’accordo troppo spesso. I motivi dell’ingiustizia sono fin troppo evidenti per meritare di essere ricordati.

     

    Vale però la pena soffermarsi su una contraddizione in essere. In democrazia devono votare tutti anche quando le leggi che hanno instaurato e su cui si basa quella democrazia, sanciscono come illegale – anzi anticostituzionale – quel voto? La risposta ha molto a che fare con la giustizia e quella che mi sento di dare è che no, quando una votazione è illegale, non è democratica. Quando poi i numeri non la sostengono, essendo la democrazia il governo della maggioranza, lo è ancora meno. E quando una cosa non è democratica, in democrazia è anche, legalmente, ingiusta. Quindi, occorre impedire che avvenga.

     

    rajoy memesNon poteva mancare il meme del Mariano-thug-life.

     

    INTELLIGENZA

    Oltre alla giustizia, alla legalità e all’etica, uno Stato – e a maggior ragione un governo – dovrebbe tenere bene a mente un’ulteriore variabile. È stato intelligente, oltre che legale e probabilmente ingiusto, utilizzare in quella maniera la forza dell’ordine? Qui il focus è spostato su un concetto di costi-benefici di quell’azione così veemente. Così facendo, il Governo ha agito come il fuggitivo innocente. Se sei innocente perché scappi? Analogamente, se il referendum è incostituzionale, perché impedirlo con tutti i mezzi possibili? Non sarebbe bastato impedirlo con giusto qualcuno di tutti quei mezzi? In più, l’attenzione si è catalizzata d’un tratto sui modi della Guardia Civil e sui video delle violenze varie, non più su un voto che di 49 milioni di spagnoli ha riguardato 7,5 milioni di catalani, di cui ne sono andati a votare solo 2.

     

    Io sono uno di quelli che pensa sempre male, uno di quelli che quando gli chiedono “Vedi il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?” io rispondo candidamente, quasi ingenuamente “Quale bicchiere?”. Alla luce dei pochi fatti snocciolati finora, viene da pensare che l’obiettivo di questo voto era proprio questo. Far scendere in strada quante più persone possibili, legittimando il Governo centrale all’uso della forze su quelle persone che, in un attimo, diventano vittime sacrificabili sull’altare della comunicazione politica. Comunicazione con quale scopo? Quello della secessione? Giammai, ovviamente, per quella ci vuole la legalità del voto. Lo scopo è quello di ottenere più potere nelle contrattazioni delle libertà dal governo di Madrid.

     

     

    FASCISMO

    La posizione di Barcellona è debole da sempre, il partito che la governa, alle elezioni, ha ottenuto un 8% con cui ora pretende di mettere in ginocchio la vita politica di tutto il paese. Per uscire da questo empasse, ha scelto la via del muro contro muro che mai porterà alla secessione vera e propria – e questo lo sanno benissimo. Almeno, lo sanno gli stati maggiori della manovra politica catalana, probabilmente non lo sanno le persone scese in strata per una votazione illegale, insicura, fascista nei modi, oscurantista nei risultati. Mi spiego, il risultato ottenuto dal Sì – 90% - è sintomatico di tre fattori. Innanzitutto della bassa affluenza. Secondo della violenza del dibattito politico che ha portato chi avrebbe votato No, a non votare affatto. Infine, le modalità tecniche della votazione non sono chiare, le urne non erano controllate da nessun tipo di ufficiale, tant’è che in molti hanno votato più di una volta. Modalità fasciste, nel senso storico del termine – elezioni nostrane del 1929 insegnano.  

     

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    Esempio di modalità di votazione cristallina, simile a quella catalana.

     

    E che fa il fascista quando viene accusato di essere fascista? Ti accusa di essere fascista. Quindi subito tutti a ricordare le repressioni Franchiste – di fin troppo giovane memoria. Nessuno, però, che vada a controllare i tecnicismi fascisti dietro i manganelli. Quella di qualche giorno fa, è stata un’operazione fascista diffusa sulle parti contendenti. È stata fascista negli sfollagente della Guardia Civil, ma è stata fascista nei modi della manifestazione plebiscitaria delle rivendicazioni catalane.

    Scritto Martedì, 03 Ottobre 2017 15:03 in Politica Letto 220 volte
  • #LiveReport: Sud Sound System al Viteculture Festival
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    #LiveReport: Sud Sound System al Viteculture Festival

    Sud Sound System è uno di quei nomi che lo senti e sai subito che è qualcosa di grande, di bello e di riuscito bene. Sud Sound System è un progetto nato quasi trent’anni fa, che ancora oggi si rinnova, salta, balla, suona e canta in tutta Italia. Un’Italia che, durante i loro concerti, parla tutta salentino. Questo, forse, uno dei più grandi successi di Papa GianniDon RicoGgDNandu Popu e Terron Fabio, i componenti attuali dei Sud Sound System, tra soci fondatori e nuove (ma neanche troppo) aggiunte nel corso della loro lunga storia. Gente che ha ormai anni di palchi, viaggi, studi di registrazione su spalle che però non sono ancora stanche, su gambe che spingono ancora come pistoni di auto americane.

    SSS è da sempre sinonimo di reggae, raggamuffin, hip hop. Sono stati i condottieri dello sbarco in Italia di una cultura lontana molto più che un oceano da quella nostrana. Hanno fatto del Salento, e più in generale del Sud Italia, un vero e proprio polo di cultura e musica militante. Militante da tanti punti di vista. Quello del pionierismo musicale, con la continua ricerca di contaminazioni dalle culture più lontane e moderne con le sonorità millenarie della loro terra natia – “culli greci e bizantini”. Quello politico, facendo sì che ogni aggregazione della banda SSS sia un comizio, una seduta parlamentare, una conversazione degna dei più affascinanti comitati studenteschi.

    Per ogni canzone hanno un discorso, per ogni discorso una canzone. Sono sempre coerenti e sempre schierati, in prima persona, dall’alto del palco al basso della prima fila. A prescindere da quali parti decidano di prendere, è commovente, rassicurante e utile che ci sia ancora qualcuno che utilizzi il palco per trasmettere idee e forza dialettica insieme alla musica e al mero spettacolo. Il loro, di spettacolo, non è mai fine a sé stesso ma sempre funzione di un qualche scopo e sempre funzionale a qualche messaggio. Poco importa se li si preferisce nella loro veste di predicatori esistenziali piuttosto che in quella di abili arringatori militanti in comizi politici. Loro sono sempre schierati, senza maschera e senza paure. Non hanno mai perso, in quasi trent’anni, lo smalto dei lottatori con le parole. Della penna, della voce, delle note contro le spade, le bombe e i soldi. – Ok, una battuta sulle bombe è permesso pensarla, forse anche dirla. –

    SSS sono instancabili fanteria della battaglia per la legalizzazione della cannabis: “questi pantaloni sono fatti di canapa, queste scarpe anche, fumarla è l’ultima cosa che puoi farci con la canapa”. Poi, certo, l’Ex Dogana di Roma, nella sua data di chiusura del Viteculture Festival di giovedì 14 settembre, è tutta un tripudio di nuvole dense e aromi forti – vedi la battuta sulle bombe di prima. Ma non finisce lì, si schierano e si scagliano contro la TAV, la TAP, l’eradicazione degli ulivi secolari dalla loro terra, fanno il vezzo a politici e politicanti. Dedicano il concerto a Noemi e alla sua famiglia, la ragazza uccisa dal compagno di soli 17 anni. “L’amore non è possessione, l’amore è comprensione, è lasciar andare se c’è desiderio di felicità altrove”. Eccoli, nella loro, mia preferita, veste di predicatori evangelici, di un vangelo tutto loro e tutto umano, esistenziali e filosofici.

    Quando si parla dei SSS, però, non gli si può fare il torto di non parlare della loro musica e del loro essere musicisti. Uno poco avvezzo al tema potrebbe pensare che reggae, hip hop e raggamuffin siano generi musicali sinonimi di sale di registrazione senza neanche uno strumento, basi elettroniche gestite con consolle e magari qualche bel testo in rima sopra. Niente di più lontano dalla realtà dei salentini. La batteria è un tripudio di tecnica e commistione di generi, di cambi di ritmo e di tempo. Le tastiere sono tante, tutte dalle mani di un solo non più giovanissimo musicista d’altri tempi con la sigaretta sempre accesa in bocca. Il basso è una marcia trionfale dove le gambe sono dita funamboliche nella costante ricerca di un equilibrio dinamico su quelle quattro, spesse, corde. Le voci sono tre, in salentino, italiano – poco – e inglese, anzi giamaicano. L’armonizzazione è perfetta, studiata al millesimo per una riuscita polifonica che ha del lirico. Poi c’è il tocco di genio e di bellezza eterea che solo un’armonica suonata nel modo giusto al momento giusto riesce a donarti.

    Sud Sound System è condivisione di bellezza, di armonia e di felicità che si legge sui sorrisi di tutti i fortunati sotto il palco. È la gioia di “Sciamu a ballare“, è l’impegno de “Le radici ca tieni“, è la poesia di “Filu de ientu“, è la rinnovata rabbia del nuovo “Brigante“, è la pazzia di “Reggae Calypso“, è l’amore de “Lu profumu tou“. Sud Sound System è il nuovo album che richiama la vecchia storia, che infatti si chiama “Eternal Vibes“. Chiaru Moi?

    Scritto Lunedì, 02 Ottobre 2017 17:28 in Pubblicazioni su The ParallelVision.Com Letto 75 volte
  • #DIARIO LIBANESE - CAPITOLO FINALE, THE END
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    #DIARIO LIBANESE - CAPITOLO FINALE, THE END

    Ecco, finalmente, l’ultima pagina dell’ultimo capitolo del mio Diario Libanese. Ero rimasta alle visite alle case del campo rifugiati Sabra e Shatila. Ero rimasta al diritto di ogni essere umano di averne una, di casa.

     

    Una sera, dopo una delle nostre – mie, di Sergio e di Abdullah, stavolta in veste di traduttore – visite al campo, siamo tornati a casa. Distrutti come sempre. Forse quella sera ero più in difficoltà del solito, al punto che Laura – volontaria australiana, laureata in Psicologia e con una risata da morirci dietro – mi consiglia di fare una seduta da uno psicologo al mio ritorno, per capire se ne ho bisogno per reggere e affrontare il peso della realtà incontrata lì. Deformazione professionale, penso io. Che poi magari una seduta mi servirebbe davvero.

     

    Ad ogni modo, immerse nei nostri discorsi e nella sua curiosità per le storie di Sumaya, Taha, Raed e Fatem, ci mettiamo a cucinare. Pasta per tutti. Lei sminuzza le cipolle e io le aglio. Io metto l’acqua a bollire e taglio i funghi, facendo attenzione al coltello troppo grosso.

     

    FullSizeRender 3

    La casa di Sumaya, Taha, Raed, Fatem e dei loro genitori Houssama e Ghada

     

    BRUCIA. TANTO.

     

    Stupidamente, non sono attenta allo stesso modo quando vado a scolare la pasta, cucinata in un pentolone senza manici. Afferro la pentola senza manici con due canovacci e la inclino sul lavandino per scolare l’acqua.

    Maledettamente, uno di quei due canovacci mi scappa di mano e tutta l’acqua di quella pentola senza manici mi cade sulla gamba destra.

    Disperatamente, urlo.

    Disperatamente, piango.

     

    Fa un male tale da farti spegnere il cervello, stritolare la mano di chiunque, affondare i denti nella tua, di mano. Tuttavia, il cervello non si spegne abbastanza da non farmi rendere conto che il mio tempo a Beirut finisce così.

     

    Gamba

    La mia gamba immortalata in una Polaroid scattata da Sergio

     

    È FINITA LA SABBIA DELLA CLESSIDRA

     

    Questo errore mi fa perdere quel tempo prezioso che già prima non bastava mai. Mi fa perdere il tempo, intenso, degli ultimi giorni. Mi fa perdere le interviste che ancora mancavano nelle case dei bambini protagonisti delle nostre storie, perché il dottore mi vieta di andare in posti sporchi, per il rischio d’infezione. Con difficoltà, delego le mie interviste a un’altra volontaria.

    Non riesco a stare in piedi e a camminare. Non potrò tenere le mie lezioni. Piango, continuo a piangere. Quei cinque giorni rimanenti erano oro per me e io continuo a piangere.

     

    L’unico impegno che riesco a mantenere sono le interviste ai bambini in casa nostra. Sono curiosi, vogliono sapere perché ho una gamba fasciata. Taha, addirittura, sgattaiola via dalla mia vista, sbuca dal nulla vicino a me e cerca di aprire la medicazione per sapere cosa si è fatta Miss Sara. Avevo una bolla gigante che non è esattamente qualcosa che le mamme consigliano di far vedere ai bambini. Questi poi, consiglio o no, hanno già visto abbastanza.

     

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    Reda, la piccola Nour e Diaa

     

    GLI ANGELI, COME SI SALUTANO?

     

    Si susseguono così – tra pianti, antidolorifici e le dolcezze dei bambini e dei membri dello staff -  i miei ultimi giorni a Beirut.

     

    Trovo un modo, con l’aiuto di Sergio che si è preso cura di me, delle mie bolle e delle mie angosce, di fare tutto ciò che avevo programmato per i miei bambini negli ultimi giorni. Compra 40 scatole di pennarelli – una per ognuno di loro – e “mi raccomando, non ti scordare le etichette dove scriverò il nome di ognuno di loro”. Lui, sfinito, mi dice di sì, che non se le scorda. Mi porta i bambini su a casa per farmeli intervistare. Mi porta giù al centro, l’ultimo giorno, per salutarli definitivamente. Vorrei che qualcuno, in quel momento, invece che aiutarmi a camminare, si prendesse il mio cuore in mano e lo portasse via da lì, lontano.

     

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    La famiglia AbdulRahman: un papà, due mamme, undici figli più due in arrivo

     

    NESSUN MANUALE D’ISTRUZIONI

     

    Tengo botta, per un po’.

    Tengo botta quando, uno per uno, mi consegnano il loro biglietto di saluto per Miss Sara, con su scritto I love you, o We miss you.

    Tengo botta quando la classe dei più piccoli mi dona in regalo un biglietto con tutte le loro impronte impresse con della tinta colorata e con il nome di ciascuno al loro fianco.

    Tengo botta quando, tutti abbracciati, Sergio ci scatta foto e Polaroid.

    Tengo anche botta quando chiedo ad Abdullah di tradurre il mio discorso per loro. Quando dico a Fatima e Reda di fare i bravi e di smetterla di boicottare le lezioni di Laura solo perché non ci sono io e non vogliono lei.

     

    Come previsto, cedo. Inizio a sgretolarmi quando Safa – la maestra più dolce del mondo intero – mi abbraccia e scoppia a piangere. L’aveva già fatto la mattina, quando era salita in casa per vedere come andava la gamba e per regalarmi una collana con una gabbia aperta e un uccellino. Non ce la faccio a spiegarle quanto quel simbolo significhi per me, quanto sia sempre stato il simbolo della mia infanzia, della mia famiglia unita, del valore della libertà che mi ha insegnato mio padre portando a casa una gabbia dorata gigante da tenere aperta senza nessun uccello dentro.

     

    Collana Safa

    La collana regalata da Safa

     

    Mi sgretolo del tutto quando Fatima – il mio punto debole e forte – rimane per ultima quando tutti escono dalla classe. Mi abbraccia, si stringe alla mia pancia. Quando tira su il viso, è rigato di lacrime. Lacrime grosse, pesanti. Proprio come quelle che un secondo dopo scendono a me. Cerco di sdrammatizzare, le dico che abbiamo il libro, le nostre foto, i nostri disegni. Le dico che farò di tutto per tornare. Lei non mi sente. Mi dice di no, no, no. Non andare via. Se devi andare via, allora portami con te. Io e te, sull’aereo. Intervengono Abdullah e Safa, per fare in modo che lei capisca che devo andare via e che lei deve tornare a casa. Dio, qualcuno mi strappi il cuore da qui. Qualcuno mi porti via, mi faccia scomparire. Mi sento in colpa, se fossi stata meno affezionata a lei, lei lo sarebbe stata meno con me.

     

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    Un piccolo angelo, Fatima

     

    Però, in fondo, chi lo decide se è meglio dare e ricevere meno per poi soffrire meno? Chi decide che questo sia meglio che dare e ricevere tanto per poi soffrire tanto?

    Ormai il danno è fatto, in ogni caso.

     

    LA RIBELLIONE DELLA TERRA

    Si va in aeroporto. Piango, zoppico, litigo con me stessa e con questo mondo schifoso, che caccia dalla propria terra chi a quella terra appartiene. Quel mondo pieno di case che, non si sa come, sono troppe ma non abbastanza per accogliere tutti. Quel mondo che fa credere a Fatima che venire via con me sia la cosa migliore che le possa capitare. Quel mondo che ha ucciso il fratello di Wael, senza spiegazioni, senza reato commesso. Quel mondo che non educa, non dà ciò che è dovuto, ciò che è necessario. Quel mondo che pensa a produrre, produrre, produrre e si scorda che se si continua così, il mondo stesso si ribellerà. Ci caccerà per sempre tutti, dalla nostra terra.

     

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    Ultimo giorno, ultima foto

     

     

     

     

    Per partecipare alle attività di volontariato di SB Overseas o per donare,

    visita il sito dell'organizzazione: www.sboverseas.org

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    Scritto Martedì, 19 Settembre 2017 09:15 in Diario Libanese Letto 313 volte
  • #LiveReport: Levante al Viteculture Festival
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    #LiveReport: Levante al Viteculture Festival

    BYON11 SETTEMBRE 2017

    Levante ha tutto. Ha una voce dal timbro perfettamente riconoscibile e pienamente originale, potenza vocale invidiabile alla maggior parte della scena italiana, tecnica ancor più ricercata. Ha un suo personaggio, ben costruito ma capace di apparire comunque autentico.

    Ha il talento del ragazzo di periferia che finisce a giocare in Serie A a diciassette anni. Ha uno stile suo che impone un’immagine mai banale e sempre nuova, adatta a tutti i contesti ma mai uguale a sé stessa. È bella. Di una bellezza fuori dai canoni, di una bellezza grezza quindi vera, dolce ma impegnativa, fanatica quindi donna.

    levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-15https://theparallelvision.files.wordpress.com/2017/09/levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-15.jpg?w=150 150w, https://theparallelvision.files.wordpress.com/2017/09/levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-15.jpg?w=500 500w, https://theparallelvision.files.wordpress.com/2017/09/levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-15.jpg?w=768 768w, https://theparallelvision.files.wordpress.com/2017/09/levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-15.jpg 951w" sizes="(max-width: 829px) 100vw, 829px">Levante è la quintessenza del “trasforma i cazzi tuoi in arte“. E non c’è nulla di negativo in questo, almeno non dovrebbe, non sempre. Nel suo caso, no. La sua arte è la musica e, ancor prima, quella sua voce. Le sue parole, poi, sono tutto un lavoro d’introspezione, autoanalisi e indagine umana.

    Il suo successo si spiega solo con la condivisione di quel processo con migliaia di persone. Ragazzi. Ragazze, soprattutto, ma anche molte donne di mezza età – questa l’audience di sabato scorso. Sensibilità, chiunque ne è capace è stato il benvenuto all’Ex Dogana di San Lorenzo – e dovunque Claudia Lagona salga su un palco.

    4-levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-13https://theparallelvision.files.wordpress.com/2017/09/4-levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-13.jpg?w=77 77w" sizes="(max-width: 490px) 100vw, 490px">Levante ha preso quei cazzi suoi, li ha chiusi con lei dentro una stanza e ci ha lottato fino a uscirne vincitrice. Fino a uscirne con un taccuino pieno di canzoni e con un libro intero. Averle raccontate, quelle cose sue, ha ricordato ancora una volta come spesso le cose più intime sono ciò che abbiamo di più simile tra noi, umani.

    Levante sul palco è una gazzella in shorts jeans e tacchi rossi che salta e scappa da un leone che ha dentro e che esce solo nei ritornelli dei suoi pezzi. Il focus della sua musica, delle sue parole anzi, è lei, lei medesima e nessun altro. Lei totalizza il messaggio.

    5-levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-14https://theparallelvision.files.wordpress.com/2017/09/5-levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-14.jpg?w=150 150w, https://theparallelvision.files.wordpress.com/2017/09/5-levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-14.jpg?w=500 500w, https://theparallelvision.files.wordpress.com/2017/09/5-levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-14.jpg?w=768 768w, https://theparallelvision.files.wordpress.com/2017/09/5-levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-14.jpg 954w" sizes="(max-width: 829px) 100vw, 829px">È quasi asfissiante, nelle grafiche con i primi piani dell’elegante mora di Torino che sembra una siciliana anni ’50 – e infatti è nata lì giù. Ma è tutto funzionale, sempre al messaggio. Un messaggio di fatica che butta per terra e di forza per tirarsi su. E ce la fa, Levante. Ce l’ha fatta, e ce l’ha fatta in tanti modi diversi.

    Prima icona indie, poi bestseller col suo romanzo, quindi fashion blogger di gran gusto ed eleganza, poi come immagine del neo-glamour sul red carpet al Festival del Cinema di Venezia. Già giudice di X-Factor, promotrice dei valori femministi, senza scadere in troppe banalità. Trecentosessanta gradi di Levante e degli umani come lei, ecco cos’è il suo concerto.

    3-levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-12https://theparallelvision.files.wordpress.com/2017/09/3-levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-12.jpg?w=150 150w, https://theparallelvision.files.wordpress.com/2017/09/3-levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-12.jpg?w=500 500w, https://theparallelvision.files.wordpress.com/2017/09/3-levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-12.jpg?w=768 768w, https://theparallelvision.files.wordpress.com/2017/09/3-levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-12.jpg 954w" sizes="(max-width: 829px) 100vw, 829px">Levante si muove come un boxeur, un peso welter di quelli che sfottono l’avversario proprio mentre si avvicinano alle corde, poi si scansano, colpo decisivo e si allontanano sorridenti guardando in basso. Sexy. Caparbi. Tecnici. Professionisti.

    Parla poco sul palco. Niente storie, niente gag. È fisica, anche in questo. Poi lo spiega: “Non parlo perché voglio che sia la mia musica a parlare per me”. Banale? Sì. Ma, di nuovo, coerente, funzionale.

    2-levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-11https://theparallelvision.files.wordpress.com/2017/09/2-levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-11.jpg?w=99 99w, https://theparallelvision.files.wordpress.com/2017/09/2-levante-ex-dogana-viteculture-festival-2017-11.jpg?w=263 263w" sizes="(max-width: 626px) 100vw, 626px">“Abbi cura di me” è l’inno del suo lavoro. La fa senza microfono. Con un goccio di acustica proprio dietro di lei, senza amplificazione. Intona qualche vocalizzo prima di cominciare a cantare la canzone. Passa ancora qualche secondo prima che comincino a cantare tutti con un filo di voce, un coro dolce e perfettamente a tempo, intonato.

    Levante, con quella decisione, quella di togliere la barriera dell’amplificazione, ha voluto dimostrare che si può cantare sottovoce anche quando si è in centinaia di persone sotto un cielo che minaccia tempesta, accanto alla tangenziale. E che si può urlare a squarciagola in una stanza chiusa a chiave. Nel “Caos di Stanze Stupefacenti“.

    (© The Parallel Vision ⚭ _ Simone Zivillica)
    (Foto di copertina: © Tamara Casula)

     

    Scritto Domenica, 17 Settembre 2017 10:19 in Pubblicazioni su The ParallelVision.Com Letto 97 volte
  • Dunkirk non è un bel film
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    Dunkirk non è un bel film

    IMPARA L'ARTE E FAI FINTA DI NIENTE

    Non mi ricordo quale famoso fotografo, o forse non è neanche famoso, questo fotografo, disse una cosa sacrosanta per chi voglia cominciare a scattare seriamente con una macchina fotografica. Si intendono foto serie, almeno nell’intenzione, qualcosa che la vedi e ti chiedi il motivo, che in qualche modo ti spiazza, ti fa pensare oppure no, oppure che, semplicemente è bella in modo inedito e originale. Non vanno bene i selfie, le foto al fiume con i lampioni riflessi, le balle di fieno, i gatti, quelle con i i filtri, quelle con la vignettatura (gli angoli neri), quelle dal finestrino dell’aereo, quelle dal Gianicolo che Certo che Roma è sempre Roma eh. Siamo tutti colpevoli di uno o più di questi reati, io su tutti e la foto sotto ne è solo una prova.

     

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    San Pietro, con due sposi in primo piano. Banale.

     

    Una buona fotografia deve essere sì bella, sì fatta bene a livello tecnico, ma deve avere quel qualcosa in più che in qualche dato modo la distanzia dalla massa delle altre belle foto, le dona originalità, le conferisce straordinarietà – nel senso più letterale possibile. Questa storia è valida per la fotografia ed è valida per qualsiasi arte. E questa cosa qui, la dico io, senza l’aiuto né di amici né di fotografi famosi o meno famosi. È vero per un articolo, per un libro, per un quadro, un’istallazione e anche per un film.

     

     

    ERA MEGLIO QUANDO C'ERANO LORO

    Dunkirk è stato uno dei film più attesi da tutto il mondo, in Italia un po’ di più. Mica per qualche ragione specifica in più degli altri posti, solo perché noi in queste cose dobbiamo proprio fare gli sboroni, di più a prescindere – melius abundare quam deficiere, retaggio liceale canaglia. Si è cominciato a parlare di questo film due mesi prima che uscisse nelle nostre sale. La regia ha il nome di Nolan, uno che ha firmato un capolavoro come Inception, alla colonna sonora c’è Hans Zimmer, quello del Gladiatore e della celebre soundtrack di Pirati dei Caraibi. Gli attori da nome in copertina ci sono, non tantissimi, sono relegati a ruoli non da ultra protagonisti come gli capita di solito – e questo è un segno positivo per la qualità del film.

     

     

    Leonardo DiCaprio as Dom Cobb in Inception leonardo dicaprio 17977643 500 282

    Leonardo DiCaprio, in una delle tante espressioni che non gli valsero l'Oscar

     

     

    Faccio tutto come da copione dell’appassionato, del malato, del maniaco del cinema. Convinco con dialettica infallibile qualcuno sulla reale qualità del film, gli – anzi le – faccio prenotare i biglietti e i posti migliori. Andiamo al Barberini, nella piazza omonima che è sempre una gran bella piazza, una di quelle che se le fai una foto, puoi solo imbruttirla. Ora non posso proprio iniziare a dire perché Dunkirk non sia un bel film, perché sono sul divano e su Rete4 c’è un gran bel film, uno di quelli belli, buoni, giusti, completi, totali, straordinari, cult, uno dei film per davvero. The Sleepers.  

     

     

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    Storico manifesto di The Sleepers, ma non ci sono tutti, manca Kevin Bacon.

     

     

    Ecco, è finito e per le oltre due ore non ha mai deluso neanche un’aspettativa. Una di quelle aspettative che ti fai quando leggi i nomi nel cast. Robert De Niro, Kevin Bacon, Brad Pitt, Dustin Hoffman. Tornando a Dunkirk, questo invece è proprio un film che di aspettative ne ha create tante per poi deluderle tutte. Secondo la differenza impostata prima tra bella foto e buona foto, questo ultimo di Nolan doveva necessariamente essere sia un bel film che un buon film. Almeno una delle due cose, però, manca quasi del tutto.

     

     

    UNA STORIA STORICA SENZA STORIA

    Dunkirk è senza ombra di dubbio un buon film, a livello squisitamente tecnico. È avanguardista, sperimentale e preciso negli accorgimenti di regia, fotografia e colonne sonore. La scelta del posizionamento della macchina da presa è sempre spiazzante e ci si ritrova spesso dentro all’azione del film, che sia dentro una barca presa a bersaglio dai colpi del nemico o dentro l’aereo della RAF di Tom Hardy. I piani sequenza sono eccezionali così come lo è la fotografia, che mantiene la naturalezza delle scene senza dimenticarsi della necessaria drammaticità visiva. Infine le musiche e i rumori sono stati utilizzati dal tandem Nolan-Zimmer con una scelta voluta e particolare, di alternanza per farti saltare sulla poltrona. Per svegliarti, probabilmente.

     

    Insomma - a parte la battuta che comunque ci stava - Nolan ha fatto un film tecnico e si è dimenticato di come si racconta una storia al cinema. Il cinema non serve per far vedere quanto si è bravi a usare la cinepresa, o quando geniali si è nell’usare la musica in questo o quel modo. Il cinema è arte e, come tutte le arti, deve raccontare una storia. La tecnica, le tecniche, servono come mezzo per la scelta del come raccontare la storia. In Dunkirk la trama non c’è visto che si parla di un fatto di storico, la sconfitta militare più grande di sempre, ai danni di inglesi e francesi per mano dei tedeschi.

     

     

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    Foto storica della vera spiaggia-trappola di Dunkirk.

     

     

    Quindi, il filtro narrativo deve necessariamente agire da catalizzatore per far sì che non sia inutile raccontare una storia vera e risaputa. Nolan, vede il suo filtro nel montaggio. Decide di raccontare secondo uno schema non lineare, usando il montaggio per mettere insieme pezzi e tempi diversi dello stesso lasso temporale e narrativo. Nel farlo, però, occorre mantenere un fil rouge che, per quanto essenziale, deve esistere e rimanere ben saldo e cucito ai tre elementi della storia. Aria, acqua e terra. Invece no. Il montaggio è pressoché casuale, posizionando pezzi diversi della storia senza una ratio che risponda al criterio cronologico o tematico.

     

     

    ACCUSE D'AUTORE & METAFORE NON RICHIESTE

    Dunque, Dukirk è un buon film, in parte. Se si considera il come raccontare la storia (montaggio), non lo è. Mentre se si considera le scelte di regia, delle musiche e della fotografia, lo è senza alcuna ombra di dubbio. Ma Dunkirk è un bel film? No, perché la storia non è una bella storia, non c’è una morale, non c’è nessun elemento che dal film si innalza e lo prescinde. Ci sono solo un paio di frasi che funzionano e sono le uniche che vengono ripetute a eco su social network e recensioni da violinisti dei critici. “La vostra vittoria è essere vivi” e annessi. Poi, la scena di quando il ragazzino mente al pilota che ha recuperato nella sua barca, per non caricarlo dell’ulteriore peso di aver ucciso il suo amico accidentalmente. Troppo poco per un bel film. In più, sono entrambe sconnesse dal resto nella narrazione.

     

    A chi è piaciuto Dunkirk, quindi? A tutti, più o meno. In primis ai cinefili puristi del grande formato, agli amatori per forza, ai tecnici del cinema. Poi a quelli che "L’ha fatto Nolan deve essere bello per forza quindi mi piace". Per spiegare un po’ meglio di quanto non abbia fatto finora, perché Dunkirk non è un bel film, ho tirato fuori qualche paragone. Dunkirk è come:

     

    1. Parlare di fotografia e starsene ore a disquisire su quali siano le impostazioni migliori data una variabile fissa e due mobili tra diaframma, esposizione e ISO.
    2. Parlare d’arte rinascimentale e analizzare solo la tecnica innovativa che utilizzavano i pittori, senza tener conto dei soggetti dei loro dipinti, influenzati da contesto storico, politico e sociale.
    3. Parlare di viaggi e focalizzarsi sulla logistica dell’organizzazione piuttosto che sul racconto delle esperienza che si sono vissute in viaggio.

     

    Potrei andare avanti per ore, ma spero di aver chiarito il concetto. 

    Scritto Mercoledì, 13 Settembre 2017 19:36 in Cultura Letto 320 volte
  • #DiarioLibanese – Capitolo Finale, Parte Uno
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    #DiarioLibanese – Capitolo Finale, Parte Uno

    A causa di un lungo susseguirsi di eventi – tra cui l’arrivo di Sergio, l’inizio del nostro progetto e un’ustione estesa di secondo grado sulla mia gamba destra – mi ritrovo solo ora a scrivere il capitolo finale, parte prima, del mio Diario Libanese.

     

    DI Più, NON BASTA

    Più la fine si avvicinava, più sentivo bisogno di guadagnare tempo, più giorni in classe, più momenti nelle case dei protagonisti delle nostre dieci storie del libro fotografico. Le giornate sono diventate frenetiche, i minuti quasi contati per riuscire a inserire in una giornata sola tutte le cose che facevo anche prima più i ritratti di Sergio ai bambini la mattina e le mie interviste, le visite nelle case delle famiglie il pomeriggio dopo lezione, le foto di Sergio e le mie interviste. Proprio queste ultime, soprattutto queste ultime, richiedevano tempo. Tempo per riprendersi dopo averle fatte.

     

    Polaroid 1

    foto di Sergio Porcarelli

     

     

    L’INVASIONE

    Per raccontare a trecentosessanta gradi le storie dei bambini che abbiamo scelto tra quelle di altri cento, li abbiamo seguiti nelle loro giornate, da scuola a casa. La loro casa, in cui siamo entrati a testa bassa, coi piedi felpati per paura di fare troppo rumore, per cercare di essere meno invasori di quanto non fossimo già. Siamo andati nelle case con intenzioni precise, con domande altrettanto precise e difficili da postulare una volta che la situazione era diventata reale. Una volta che i nostri occhi erano dentro ai loro.

     

    Occhi stanchi, provati e in cerca di speranza. In cerca di voce.

     

    Polaroid 6

    foto di Sergio Porcarelli

     

     

    FAMIGLIE E CASE

    Alcune famiglie erano troppo grandi. Le loro case erano troppo piccole. Alcune famiglie erano in situazioni peggiori di altre. Le loro case non avevano muri a separare le stanze. Avevano tende. Alcune famiglie d’inverno avevano patito il freddo. Le loro case non avevano il soffitto. Alcune famiglie avevano più paura di altre. Le loro case erano nella zona più pericolosa del campo. Famiglie e case erano sotto minaccia. Alcune famiglie non avevano soldi per pagare l’affitto perché il papà era caduto dal quarto piano di un palazzo e non poteva camminare, né lavorare. La loro casa non era adattata alle sue esigenze. Alcune famiglie erano in Libano illegalmente. Le loro case non erano le loro case.

     

    Polaroid 4

    foto di Sergio Porcarelli

     

    IL CAFFE’, IL CIOCCOLATO

    Tutte loro ci hanno accolto con il sorriso, facendo attenzione ai nostri movimenti, alle nostre precise intenzioni, alle nostre precise e difficili domande.

     

    Tutte loro ci hanno accolto col caffè, o il tè, o la coca-cola, o l’acqua. Noi portavamo cioccolatini comprati in un negozio lì vicino. Una volta, talmente era povera la famiglia, ci siamo sentiti idioti a portare il cioccolato. Sergio mi disse: “Chissà cosa avrà pensato il papà quando ha visto che avevamo sprecato circa 13000 Lire Libanesi (meno di 10$) per comprare dello stupido cioccolato”. Chissà cosa ha pensato. Chissà se ha apprezzato comunque.

     

    Polaroid 2

    foto di Sergio Porcarelli

     

     

    TORNADO E SGUARDI

    Mentre io entravo nella loro vita come un tornado con i miei punti interrogativi, Sergio costruiva il suo reportage delle case cercando di essere invisibile. Quando Sergio tornava dall’ultima stanza fotografata, io ero quasi sempre in procinto di finire le domande.

     

    Ci guardavamo per un millesimo di secondo, sufficiente per me per capire com’era stato di là, quanto poteva essere stato difficile pensare al tempo d’esposizione, al diaframma e alla sensibilità ISO davanti a un buco nel pavimento al posto di un bagno.  Sufficiente per lui per capire quanto era grave qui, quanto poteva essere stato difficile fare quelle domande e andare incontro a risposte di guerra, di angoscia, di disperazione.

     

    Poi restavamo un po’ lì. Giocavamo coi bambini. Scattavamo Polaroid che sarebbero restate con loro, sperando di lasciargli un ricordo felice. Dentro morivamo, dentro eravamo scavati. Sul viso cercavamo di mantenere contegno.

     

    Polaroid 3

    foto di Sergio Porcarelli

     

     

    LA CASA, IL DIRITTO ALLA CASA

    Siamo entrati e usciti da quelle case mascherando il più possibile l’emozione, la rabbia, la disperazione, le lacrime che sarebbero sgorgate una volta rientrati a casa. Una casa vera, con un pavimento, un tetto, una cucina, un bagno, un frigorifero pieno di cibo, un cesso, acqua non salata e potabile, condizionatori e ventilatori, letti, lenzuola, asciugamani, elettricità quasi ventiquattro ore su ventiquattro – o quasi – sette giorni su sette – o quasi.

     

    Una casa che,

     

     

    Mohammed, Nour, Fatima, Hana e le loro sorelle e fratelli,

    il loro papà e le sue due mogli

    Raed, Taha, Sumaya, Fatem e il loro papà disabile

     e la loro mamma

    Reda, Diaa, Nour

     e il loro papà

    Fatima, Muhammad, Ryma, Hisham e il loro papà,

    cccla loro nonna e la famiglia dello zio

    Mona, Hassan, Ibrahim e la loro famiglia

    che un giorno tornerò a conoscere.

     

     

    Una casa che meritano.

     

    Non la meritano perché hanno fatto qualcosa di spettacolare, né perché siano speciali, né perché belli, né perché hanno già sofferto abbastanza, né perché la loro vera casa è stata bombardata.   

     

    La meritano in quanto esseri umani.

     

    La meritano in quanto detentori del diritto

     

    “to a standard of living adequate for the health and well-being of himself and of his family,

    including food, clothing, housing and medical care and necessary social services,

    and the right to security in the event of unemployment,

    sickness, disability, widowhood, old age or other lack of livelihood in circumstances beyond his control”

    (Art. 25, 1, Universal Declaration of Human Rights, 1948)[1].

     

    La guerra è una di queste ultime circostanze, beyond his control.

     

    Polaroid 7

     

    1. “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà” (Art. 25, 1, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 1948).

     

     

     

    Per partecipare alle attività di volontariato di SB Overseas o per donare,

    visita il sito dell'organizzazione: www.sboverseas.org

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    Scritto Lunedì, 21 Agosto 2017 11:27 in Diario Libanese Letto 230 volte
  • Accademia, terroristi e prostitute
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    Accademia, terroristi e prostitute

    Sulla Togliatti, Via Palmiro Togliatti, ci sono le puttane. Ce n’è una, stanotte, con solo un perizoma indosso. Bellissima, tette perfette, si barcamena con la compravendita di quelle tette e di tutto il resto con uno dei tanti balordi che le capiterà, quella notte. Perché non fa la modella? Perché non fa la pubblicità per il somatoline cosmetic? Perché non quella per Nivea Body? Perché non anche la pubblicità progresso per la cura del cancro al seno o per la sua prevenzione? Perché, al limite, non fa la presentatrice meteo su Rete4? O la barista, cameriera, cassiera, shampista?

     

    Perché non sa di poterselo permettere, perché non le è stato detto. Perché è stata obbligata – prima che da qualche padrone – dal posto dov’è nata, dal tempo in cui è nata, dalla madre da cui ha preso le fattezze, sì belle e inutili. Non ha coscienza delle sue opportunità, di quelle già sfumate e di quelle che potrebbe ancora avere. Il tutto, è ovvio, al netto della droga cui è probabilmente soggiogata, delle catene che la costringono con chissà quale inganno a starsene lì, sulla Togliatti, nuda, a dare i resti a qualche morto di voglia con un paio di cinquanta euro in più avanzati sul sedile sporco.

     

    I terroristi di oggi sono come quella puttana. Non sanno quello che stanno facendo, magari gli è stato detto da qualcuno di farlo, senza neanche insistere troppo, senza neanche offrire denaro in cambio, magari. L’opzione alternativa non c’è, altra opportunità non c’è. Non c’è ragionamento sulla strada che li ha portato su quel furgone, non c’è ragionamento sulla strada che avrebbero potuto fare se su quel furgone non fossero mai saliti.

     

    ACCADEMICA SENSAZIONE

    Ho amici che sul terrorismo islamico, specie sull’ISIS, ci hanno scritto tesi di laurea degne di lode e sicuramente di attenzioni in più di quelle che gli sono state riservate. Per quegli amici, solo loro potrebbero parlare di terrorismo. Da una parte hanno ragione, da tette le altre, forse, no. Comunque io un po’ gli do retta e po’ no. Non ne parlo tecnicamente, né specificatamente. Ne parlo perché quella puttana bella e dolce e triste mi dato da pensare e quando ti metti a pensare mica è detto che dici cose tutte sensate e tutte giuste per forza. Però le dici.

     

    Orsini e Dottori sono due professori della mia università, salutata qualche mese fa. Con il primo ho seguito un paio di corsi, tra i più interessanti, sulla sociologia del terrorismo. Il secondo lo conosco indirettamente, per i racconti di amici che lo hanno avuto in sede d’esame, per qualche conferenza cui ho assistito, per qualche post su Facebook di cui i prof non sono mai avari. Non sono avari nemmeno di comparsate tv, dopo ogni attentato. È giusto così.

     

    I due, ospiti insieme, bisticciano sulla vera natura dell’attentato. Orsini dice che sono, i terroristi, degli sprovveduti con la sola possibilità di affittare un furgone e farci una strage, senza potenza di fuoco e senza protezione, solo una classica e meccanica rivendicazione post-factum. Dottori dice che l’accaduto è da intendersi alla luce della nuova configurazione dello scacchiere mediorientale, soprattutto tra Qatar e paese confinanti, dove la Spagna ha giocato una partita ambigua, dove è necessario ristabilire gli equilibri. Un attacco del genere mirerebbe a destabilizzare una parte in favore di un’altra. Orsini dice che i terroristi non hanno affatto la possibilità neanche di immaginare uno scenario così complesso e finemente architettato. Lui li ha studiati i terroristi islamici, dal 2003, il loro profilo non corrisponde a quello di uno studioso che ne sarebbe in grado – come lui o come Dottori, o come i brigatisti rossi, loro sì che ne sono stati in grado. Dottori risponde che non ce n’è bisogno, che non devono capire, devono solo fare quello che gli viene detto di fare, non c’è bisogno che capiscano il fine ulteriore, superiore, all’ammazzamento triste e becero e scomposto di qualche decina di turisti in giro per una città turistica.

     

    Hanno ragione entrambi, ma i tempi televisivi e la spartizione dei primi piani fa sì che non lo si arrivi a dire, e i due sembrano in litigio, non lo sono. In accademia è d’uopo cercare il capello spettinato in un’acconciatura reale e lì concentrarsi per tutta la durata del ricevimento a corte. Il pubblico non lo sa. I giornalisti non lo sanno, tutti intenti a disegnare il più tetro e ansimante affresco di una nuova, sanguinaria giornata di guerra in Occidente.

     

    STREAM OF CONSCIOUSNESS, SENZA COSCIENZA

    Quei terroristi, al netto di rivelazioni che dicano il contrario, non conoscevano affatto le ripercussioni che la loro azione avrebbe potuto avere nella strategia di politica internazionale di Spagna, Italia ed Europa tutta. Eppure si sono messi in marcia su quel furgone e hanno giocato a fare la palla da bowling tra le gambe turistiche. Non sapevano che un’istruzione migliore gli avrebbe fatto capire cose diverse dalla necessità di ammazzare sconosciuti per una causa sconosciuta, forse ultraterrena. Avrebbero capito la pericolosità di certi loro pensieri se fossero andati da uno psicologo. Non sarebbero stati vittime di qualche video mal girato su YouTube se avessero visto più cinema d’autore duranti gli anni di Liceo. Sarebbero stati diversi se a un liceo ci fossero andati, magari. Magari ci sono andati, non lo so. Ho conoscenti parecchio scemi conosciuti tra i corridoi del mio liceo. Pure professori, figurarsi.

     

    Il punto? Non lo so, sinceramente. So solo che sono passato davanti a quelle tette e ho pensato che la proprietaria ci avrebbe potuto fare qualcosa di più soddisfacente e costruttivo, con le sue tette. Senza pensare che, magari, avrebbe potuto proprio non farci niente, con le sue tette, se non farle toccare a qualche fortunato che aveva deciso di amare. Ho pensato che io sono fortunato a non sentire la voglia di fermarmi, complice la fortuna di essere nato dalla parte facile del mondo, in una famiglia giusta, di quelle che ti insegnano certe cose, giuste, senza neanche dovertele dire e spiegare. Ho pensato che quella puttana ha avuto un destino simile a quello dei terroristi. Tutti senza speranza e senza radici, senza opportunità, senza coscienza di essere, senza avere idea di chi poter diventare.

     

    C’è a chi capita di togliersi la maglietta per strada per sopravvivere e chi di sopravvivere non ne sente il bisogno, ché la vita non gli pare degna d’esser vissuta, tanto da dover uccidere a caso, tanto da trovare una ragione in cielo per farlo, una ragione tanto assurda da essere stata, magari, costruita da qualcuno con qualche interesse geopolitico. Assurdo? Certo.

    Scritto Sabato, 19 Agosto 2017 10:21 in Politica Letto 244 volte
  • #LiveReport: Benjamin Clementine all’Auditorium
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    #LiveReport: Benjamin Clementine all’Auditorium

    BYON27 LUGLIO 2017 LASCIA UN COMMENTO )

    Sono un’espressionista, canto come parlo. Qualcuno potrebbe annoiarsi, ma invito chi mi ascolta a proseguire, sentire e impegnarsi con me senza fare troppe domande”. Si presenta così Benjamin Clementine nelle poche righe tra le info del suo sito. Martedì 25 luglio, una sera insolitamente fredda, l’Auditorium Parco della Musica si è trasformato in un sogno di una notte di mezza estate, se non fosse che ClementineShakespeare lo odia – gli preferisce l’altro celebre William della poetica inglese, Blake.

    Canterà e suonerà quasi tutto ciò che ha scritto finora, dal nuovo singolo “Welcome to the jungle”, preludio al disco in uscita in settembre, all’album che lo ha consacrato tra i giganti della musica contemporanea “At least for now”.

    Benjamin-Clementine-auditorium-roma-2017-1854_1Arrivo tardi, a metà della prima canzone, e l’addetto alla sicurezza mi chiede di aspettare la fine del brano e poi sedermi dove trovo il primo posto libero. Il mio biglietto è in terza fila, ma il primo posto libero è in prima. L’ha detto lui. Benjamin suona un pianoforte a coda dando il profilo alla platea centrale.

    Io sono seduto subito dietro la coda del pianoforte. Mi piace pensare che ci siamo guardati per tutto il concerto, che ha cantato per me. Ha cantato e suonato per tutti, uno per uno.

    Benjamin-Clementine-auditorium-roma-2017-1860_1Le sue canzoni, le sue poesie, sono tutte un dialogo con sé stesso. Un “Io” che diventa tutti i “Noi” che lo ascoltano, e il dialogo si fa comizio di anime, prima perse e ora sulla via di ritrovarsi. Le sue parole disegnano la biografia della sua esistenza, da quando a sedici anni lasciò casa perché – parafrasando “Cornerstone” – “dicevano di amarmi, ma mentivano tutti”, a quando suonava per strada, nelle metro, nelle feste di compleanno. A quando si è trasferito a Parigi, ricordando la sua “London” che “ti sta chiamando, cosa stai aspettando, che cosa stai cercando?”.

    Dream, smile, walk, cry”. È questo il ciclo vitale, costante e immutabile di quell’esistenza, un processo che è la costante dell’arte di Clementine. Un’esistenza cui è difficile trovare il senso. Clementine, come Sartre nella sua “Nausèe“, si anima nell’affanno del vivere e del sopravvivere. Un affanno fisico, come in “Nemesis” dove il respiro fa eco ai tasti del pianoforte.

    clementine-auditorium-roma-luglio-suona-bene-2017-44Sul palco ci sono solo nove persone, tre uomini, sei donne. Indossano tutti una tuta da lavoro, tipo quella dei meccanici. Le cinque donne dietro, giovani, belle, ce l’hanno bianca. Gli altri blu. Benjamin sulle spalle ha una mantellina bianca con fregi e frange, a metà tra una mantella da torero e uno scialle reale. Tutti, sono a piedi nudi. Cinque coriste, un bassista, un batterista, una violoncellista/clavicembalista e lui, piano e voce. La complessità di Benjamin Clementine parte già da qui, da come decide di presentarsi.

    Tute operaie e piedi nudi, semplicità, lavoro duro, sogni repressi, voglia di libertà e di natura, di contatto vivo e primitivo. Bianco per le voci del coro, candide, alte e calde. Il fregio appare chic, quasi spocchioso, ma non lo è mai. Quello scialle sta a significare l’elevazione che giunge dalla realizzazione di un sogno, l’eleganza che è sempre necessaria, per strada e su un palco, la bellezza. Mischia tutto, Benjamin. E tutto, regala a chi lo ascolta.

     

    Sul palco Clementine è genuino, giocoso, simpatico. Perfetto. Non è convinto che tutti capiscano bene quello che dice. “Non va bene, capire quello che dico è l’essenza della mia musica”. Fa salire sul palco un ospite in prima fila, gli fa tradurre un pezzo di “London”: “Quando le mie vie non si riveleranno, non sottostimerò quello che posso diventare”. È tutto lì, nella forza della volontà di fare arte perché non si è altro che artisti.

    In chiusura siamo tutti in piedi, sotto al palco. Le sedie vuote. Benjamin chiede scusa, farà un gioco per un paio di minuti, dice. Tre note al piano ed è “Caruso” di Lucio Dalla, in italiano, perfetto. Dalla è un suo punto cardine, come lo sono PucciniMaria CallasNina Simone, Édith PiafDebussy e Chopin – i cui notturni sono sempre dietro l’angolo dei suoi assoli al piano. Lui è il più grande artista della nostra generazione, lo dimostra in ogni intervista, canzone, poesia, storia. Può ricordare la genialità e capacità di Freddy Mercury. È uno che ha suonato con Paul McCartney e Charles Aznavour, con i complimenti di tutt’e due. Lui non è altro che sé stesso, senza categorie e senza complimenti.

    clementine-auditorium-roma-luglio-suona-bene-2017-98-1Un’ultima lezione di canto a tutto il pubblico. Dobbiamo intonare perfettamente il verso “all dreamers” come vuole lui. Una volta riusciti ci lascia continuare e torna al piano a suonare e cantare con i suoi. Noi siamo il suo coro, facciamo parte della sua arte. Quella pagina di info sul suo sito si chiude così: “Alla fine dell’ascolto avrete trovato risposte che non sono questionabili, che vi piacciano o meno”. Tutto vero.

    (© The Parallel Vision ⚭ _ Simone Zivillica)

    Scritto Venerdì, 28 Luglio 2017 16:52 in Pubblicazioni su The ParallelVision.Com Letto 119 volte
  • DIARIO LIBANESE #DAY39 / #DAY44 - INSIEME DI STORIE E COLORI
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    DIARIO LIBANESE #DAY39 / #DAY44 - INSIEME DI STORIE E COLORI

    Sono di corsa, sempre. Talmente di corsa che questo diario è diventato più un bisettimanale che un giornaliero. 

    Di conseguenza – come tante altre volte – metterò insieme storie e colori, senza tempo specifico. 

     

     

    IL PROGETTO FOTOGRAFICO

    Ce l’abbiamo fatta, li abbiamo convinti. Ci sono voluti tempo, ricerca di dettagli, telefonate infinite con mia madre per capire come si faccia un accordo tra persone fisiche e un NGO, ossia SB Overseas. Non ho conoscenze legali a riguardo, errore mio, errore dei corsi universitari. Ad ogni modo, Sergio – il nostro, mio, suo amico fotografo è qui.

    Due giorni dopo il mio arrivo a Beirut, Sergio mi ha scritto: ‘Ma secondo te c’è modo di poter venire lì?’. È iniziato così questo progetto grande quanto i nostri sogni, grande per le nostre tasche, grande per le nostre piccole reti di contatti. L’importante è partire, o almeno così dicono. Noi li abbiamo presi in parola, soprattutto lui che ha messo piede qui due giorni fa.

     

    Noi siamo solo felici e pieni di energie necessarie per dare forma al progetto: un libro fotografico da vendere durante il numero maggiore possibile di esposizioni in Italia e il cui ricavato sarà interamente devoluto a SB Overseas. Il libro racconterà alcune delle storie più impressionanti delle donne, degli uomini, dei bambini con cui ho condiviso questi 44 giorni. Proprio quelle persone che mi regalano sorrisi, proprio quelle che mi hanno considerata – piano piano – degna della loro fiducia, del loro tempo, delle loro risate. Degna di vedere le loro segrete chiome nascoste sotto un velo. Proprio quelle persone che, sono sicura, Sergio si conquisterà nei prossimi 30 giorni. Ha iniziato già ieri, con il mitico e sveglissimo Hamoud, bambino della mia classe del pomeriggio. È il più forte, sia in inglese che in matematica. Non per questo si atteggia a secchione, fa ridere. Parecchio. 

     

    Dicevo, appunto, che io e Sergio siamo felici di essere qui, insieme. Di lavorare qui, insieme. Sono felice che qualcuno che conosco e stimo ormai da anni, viva con me questa pagina di diario, di vita.

     

     

    L’ODORE DELLA TERRA, LA PROPRIA

    Sergio sarà un altro testimone di storie che passano da tragiche a salvate, da buie a colorate, da disperate a speranzose. Tutto questo è grazie alla tenacia di chi le vive e a quella di chi, come i componenti incredibili di questo staff che mi circonda, hanno messo la propria vita a disposizione di quella degli altri. Di quegli altri che, proprio come loro, sono scappati dal loro paese per cercare una libertà costantemente messa a repentaglio. Sono venuti a cercare meno colpi di pistola, meno rumore, meno sangue. La maggior parte delle volte, questo desiderio è stato rispettato. Non sempre, non qualche settimana fa.

     

    Niente viene dato per niente, però. Meno spari stanno per meno affetti. Meno rumore per più solitudine. Meno sangue per più malinconia della propria terra. Quella che sa di casa, quella che sa di limoni per un sorrentino, di erba tagliata e buccellato per un lucchese, di sole e arancini per un siciliano. Spero che loro siano riusciti a conservare nel naso e nella memoria il vero profumo della loro terra e che sia più forte e intenso dell’ultimo che hanno annusato e disprezzato. Quello che puzzava di bruciato, di polvere, di lacrime, d’inspiegabile odio.

     

    Baraa con la bandiera siriana disegnata da lui

     

    BARAA E LA SUA MEMORIA

    Non so se Baraa si ricorda il profumo della sua casa, ma per certo ha la sua bandiera marchiata sul cuore. La bandiera siriana. Se la ricorda così bene e ci tiene tanto da disegnarla su un origami che gli ho insegnato a fare. Invece che colorare gli otto triangoli dell’origami di colori diversi, come tutti gli altri bambini, lui ci disegna e colora la bandiera della Siria. Soddisfatto, me la mostra. Ha scambiato le posizioni del rosso e del nero, ma – in aggiunta – ci ha scritto “bandiera siriana”.

     

    Il fiume Damour, attraversato con qualche difficoltà dall'insegnante Raghid

     

    SINTONIA DI GRUPPO

    Si condivide tutto. L’aria nella scuola, il tavolo da lavoro, il cibo, la macchina fotografica, l’energia, le storie del giorno. Si condividono una giornata buona e una cattiva, una lezione riuscita e un fallimento. Non si condivide il proprio corpo, c’è quasi assenza di contatto fisico, se non con i bambini. Si condividono i weekend, coi bambini e non. Quello appena passato è stato il più intenso dall’arrivo.

     

    Sabato con i bambini – giochi, attività, strilla e baci volanti – e domenica con tutto lo staff. Viaggio di gruppo nelle prossimità del fiume Damour, dove si allestiscono barbecue e pranzi che durano dalle 10 del mattino alle 7 la sera. Non siamo stati gli unici ad avere quest’idea: mezzo Libano è lì con noi. Questo non disturba la nostra giornata definita da tutti – o quasi – una delle più piacevoli trascorse finora. Siamo in sintonia, nel tagliare chili di prezzemolo per il famoso Tabbouleh libanese, nel preparare i loro Shish Kebab, per la brace, per battere le mani a tempo di musica libanese in autobus nel viaggio di ritorno. Siamo in sintonia, o almeno io mi ci sento con loro. E pure con me stessa.

     

    Safa - insegnante 28enne e donna più dolce mai incontrata

     

     

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    Scritto Martedì, 18 Luglio 2017 15:50 in Diario Libanese Letto 570 volte
  • Diario Libanese #DAY36 / #DAY38 – Le tre libertà
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    Diario Libanese #DAY36 / #DAY38 – Le tre libertà

    Il Libano continua a stupire. Più lo attraversi, più riesce a coinvolgerti, a sorprenderti, a mostrarti la sua bellezza, la sua simpatia. Ti regala tramonti simili a quelli Greci, antichissimi templi Romani, cantine del vino in cui rifugiati Turchi hanno trovato salvezza. Prima di me, questa terra è stata toccata, amata o calpestata da innumerevoli popoli, etnie, colori, culture, cibi, armi, eserciti, radicalismi, guerre.

     

    BAALBEK, PROFUMO DI STORIA

    Domenica siamo andati a Baalbek, città al centro della spettacolare Valle di Beqāʿ e sito archeologico nominato – più di trent’anni fa – Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. È un museo a cielo aperto, ricco di templi romani che hanno circa venti secoli di storia da raccontare. Siamo rimasti tutti a bocca aperta e – come successe nel parco dei Cedri – ognuno si è ritagliato un momento per sé.

     

     

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    Chi si è arrampicato per raggiungere la cima di una serie di massi, chi si è affacciato da uno degli squarci dei templi per ammirare la valle. C’è poi chi, come me, ha cercato un posto all’ombra, lontano dai turisti, lontano dalle voci. Nel momento stesso in cui penso che quel posto possa essere mio, mi rendo conto che no.

     

    Quel posto è di tutti e di nessuno. Quel posto ha visto piedi libanesi, turchi, romani, greci, italiani, inglesi, francesi. Chissà quante scarpe come le mie, diverse dalle mie, più grandi e più piccole delle mie hanno scavalcato questa roccia per ammirare la valle e per sentirsi liberi. Spero solo che, quelle stesse scarpe, li abbiano portati proprio dov’ero io, proprio nella stessa posizione, proprio con la stessa sensazione. La libertà.

     

    baalek

     

     

     

    LIBERTA’ NEGATA

    Parlo di quella libertà di cui i rifugiati siriani come Abdullah non godono. Abdullah ha 29 anni, da qualche anno vive in Libano e il primo settembre sarà il suo primo anniversario con SB Overseas. Insegna arabo e matematica ai bambini del centro. Durante il pomeriggio, mi assiste durante la mia classe di matematica. Si è laureato in Siria e vorrebbe fare un Master. Ha 13 fratelli. 13. Solo lui e uno dei fratelli sono scappati in Libano quando la Siria è diventata terra di fuoco.

     

    Parlavo, appunto, della sua Libertà. Non è libero di tornare in Siria, altrimenti verrebbe obbligatoriamente spedito nell’esercito a combattere. Mi dice: ‘They want me to fight. I don’t want to fight’. Come lui, vive imprigionato anche Wael – il direttore del centro con il fratello imprigionato per davvero. Non si sa perché. Non si sa dove.

     

     

    LIBERTA’ REGALATA

    Il visto di Abdullah scade tra meno di un anno. Non si sa se glielo rinnoveranno. Lui passa la sua vita a fare da padre, insegnante, amico e fratello a tutti i bambini del centro. Tutti. Non se ne perde uno, non si perde nessuna storia, nessuna lacrima e nessun sorriso. Ogni giorno, quando finisce di lavorare al centro, va al campo Sabra e Shatila.

     

    Lì va nelle case dei bambini; a turni regolari passa nella casa di tutti. Va in quella di Reda, Diaa e Nour per dire al loro papà di continuare a mandarli a scuola. Ci va per controllare che il papà si dia una regolata, considerando che li picchia regolarmente. Ci va perché loro una mamma non ce l’hanno, li ha abbandonati tempo fa. Va a casa di Fatima, (Crazy) Muhammad, Reema e la loro nonna, il loro papà, il loro zio e tutti i cugini. Vivono in 10 in un appartamento del campo. Va a regalare abbracci e educazione. Va a regalare sospiri di sollievo per dei genitori che hanno trovato, in lui e nel centro in cui insegna col sorriso, la speranza per i loro figli. Gli regala, quotidianamente, la libertà.

     

     

    LIBERTA’ MINACCIATA

    Proprio quest’uomo di cui ho appena scritto, questa fonte spontanea e inesauribile di gioia, energia e bontà, vede la sua libertà prima negata, poi faticosamente e artificialmente riguadagnata, poi minacciata. Succede domenica, quando tornando da Baalbek, uno dei posti di blocco dell’Esercito Libanese ferma il nostro autobus. Aprono la portiera 3 soldati giovani, con in braccio un fucile di cui non so il nome. Lungo, grosso. Spaventoso.

     

    Ci chiedono i documenti. Tutti tiriamo fuori il nostro. Prendono solo quello di Abdullah. La copertina gli dice che è un passaporto siriano. Non fanno neanche il finto gesto di guardare i nostri. Siamo bianchi, siamo ok. Siamo ok.Guardano – alternandosi e con sguardo inquisitorio – il suo passaporto e i suoi occhi. Il passaporto, la faccia. Il passaporto e ancora la faccia. Non sembrano convinti. Lui, a quanto pare, non gli sembra abbastanza ok. Mi si contorce lo stomaco, per la rabbia, per la paura. Durante l’ultima settimana hanno arrestato dozzine di rifugiati siriani con visto scaduto da qualche giorno. Il suo non lo è, ma lo scopro solo quando – dopo 5 minuti fermi in questo limbo – ci lasciano andare. Lui guarda me a Anne Sophie, visibilmente arrabbiate, avvilite, dispiaciute.

     

    maschere e sorrisi

    Abdullah, maschere, colori e sorrisi.

     

    Everything’s ok. Don’t worry.

     

    Lui, questi attentati alla sua libertà, li vive così. Lui ha imparato a tenersi stretta ogni briciola di successo. Questo è un successo.

     

     

     

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    Scritto Martedì, 11 Luglio 2017 17:40 in Diario Libanese Letto 351 volte
  • Diario Libanese #Day32 - #Day35 - Cambiamenti
    Scritto da
    Diario Libanese #Day32 - #Day35 - Cambiamenti

    Da questo lunedì sono cambiate tante cose. È cambiato il mio orario di insegnamento – finito il Ramadan si lavora dalle otto alle cinque. È cambiato il numero delle mie lezioni, subendo una crescita esponenziale. Oltre ai bambini, ora insegno inglese anche a tre arabi dello staff dalle otto alle dieci. Mi piace, sono forti e hanno voglia di imparare. In aggiunta, da ora in poi prenderò due lezioni di arabo a settimana, dalle cinque alle sei. Ci sono poi la spesa e le pulizie di casa il lunedì, il meeting di casa il mercoledì, quello dello staff il venerdì, le attività coi bambini il sabato mattina e il lesson plan della settimana successiva da consegnare entro il sabato sera. E la domenica che fai? Non te la fai una scampagnata in giro per il Libano in autobus coi piacevoli trentanove gradi estivi?

    Mi scuso per lo sproloquio.

    Di seguito, appunti e riflessioni.

     

    Bella come

    Quando conosci una donna col velo, non te la immagini senza. Non ti rendi conto del peso che hanno i capelli nella figura umana. Non ti rendi conto della bellezza della natura stessa finché non ce l’hai davanti. La bellezza come ce l’ho avuta io davanti stamattina, durante la lezione di inglese con Rhada e Rima – due delle donne arabe a cui insegno inglese. Stavo spiegando il verbo avere – forma affermativa, negativa e interrogativa. Rhada indossava un velo rosso, mentre Rima lo aveva verde albero. Chiedo a loro di fare degli esempi con I have got, I haven’t got. Parlano del velo, I have a red scarf, She has a green scarf. Esempio successivo: colore dei capelli. Rhada dice di avere i capelli castani, Rima ride perché mi confessa che è proprio lei a tingerli a Rhada di quel colore. Le chiedo che colore sono nello specifico, se chiari o scuri. Rhada si guarda intorno, in classe siamo solo noi tre. Controlla che dalla finestra non la sbirci nessuno. Si toglie il velo dalla testa. È bellissima. Semplicemente bellissima. Dimostra dieci anni di meno. Rimango a bocca aperta. Ridiamo tutte e tre. Si rimette di corsa il velo. Dei passi si avvicinano.

     

    burka

     

    ROA VA VIA

    Cambiamenti di vita. Non della mia. Cambiamento della vita di Roa, la bambina dai capelli lunghi neri e gli occhi dolci. Non è venuta a scuola durante le ultime due settimane. Dopo qualche giorno di assenza, ho iniziato a chiedere ai miei responsabili se avessero sue notizie. Si sono informati e hanno scoperto che Roa e la sua famiglia sono tornate in Siria. Non sanno perché, non sanno se la ragione sia stata l’impossibilità di continuare a permettersi di vivere nel campo. Non lo sanno e, con ogni probabilità, non lo sapremo mai. Non l’ho salutata, non ho detto ciao a quegli occhi grandi e densi. Non so se la sua casa in Siria sarà al sicuro, non so se continuerà ad andare a scuola, non so se avrà le attenzioni e l’infanzia che si merita. Ci sto male. Ci stiamo male tutti.

     

    in riga

     

     

    MATTONI SU TABULE RASAE

    Quarantotto dei nostri bambini sono entrati nella scuola pubblica. Ce l’hanno fatta. Sono felice e triste allo stesso tempo – semplicemente perché non saranno più nelle mie classi. Sono già arrivate le nuove pesti. Sono belli, rumorosi, sorridenti e non hanno idea di come ci si comporti in una classe. Una delle mie nuove classi è composta da diciassette di loro – 17, il mio numero preferito. Sono piccoli, tra i sei e i sette anni. Sono tabulae rasae e il nostro compito è quello di cementare i primi mattoni della loro conoscenza. Sono onorata.

     

     

    attenti

     

     

    VOLONTARIAMENTE, DIVERSI

    Cambiamenti di umore repentini tra noi volontari. In comune abbiamo la stanchezza e l’amore per i bambini. Differiamo su quasi tutto il resto. In ordine sparso, ci scontriamo sulla nostra gestione delle classi, sul modo di fare, sull’educazione e il rispetto, su Trump, su chi pulisce cosa e chi non pulisce mai, su chi rutta a tavola e chi no, su chi fa la lavatrice col programma sbagliato sprecando ettolitri d’acqua. E poi, ancora, sull’aria condizionata, sulla giustizia o meno del consumo di carne e pesce, sullo stendere il telo in bagno dopo la doccia, su chi se ne frega, su chi sembra un po’ cascato qui per sbaglio, su chi se la prende per tutto – e per una volta quella non sono io. Ci sono poi le gelosie: tu hai più lezioni di me, io assisto e basta. Quasi dimenticavo, ci scontriamo poi sulla presenza dei polli in cucina e sul loro maltrattamento.

     

    TUTTI I PULCINI DIVENTANO POLLI

    Sì, i polli in cucina. Tre settimane fa una volontaria è tornata a casa con una scatola minuscola di cartone contenente due pulcini. Carini, adorabili. Peccato che in poco più di un mese quei pulcini diventano polli. Peccato che a oggi, dopo tre settimane, sono ancora in una schifosa scatola di cartone. Peccato che lei si dimentica di loro, si dimentica di cibarli, di abbeverarli, di pulire quella scatola che puzza di morto. Non si cura di farli uscire dalla scatola per almeno mezz’ora al giorno. Se ne ricorda ogni tanto. Se ne ricorda nel momento in cui le faccio presente che i pulcini hanno iniziato a volare e riescono a scappare dalla scatola. Quando scappano, girano per tutta la cucina – inutile stare a elencare gli aspetti igienici della questione. Ha risolto il problema mettendo due ceste sulla scatola. Questo è davvero troppo. Abbiamo stabilito, durante uno dei nostri meeting infiniti, che entro domenica devono essere fuori di casa. In teoria, li porterà in una fattoria nel Sud del Libano. Se ciò non si dovesse avverare, mi prenderò la briga di regalarli a qualcuno che sia in grado di prendersene cura. Sono sicura che i nostri bambini sarebbero più bravi di lei. 

    Scritto Venerdì, 07 Luglio 2017 11:30 in Diario Libanese Letto 239 volte
  • #10 - Avrei potuto
    Scritto da
    #10 - Avrei potuto

    BLASCO FATTO SOCIALE

    Avrei potuto scrivere di come sabato scorso non sia uscito per vedermi in prima serata su RaiUno il concerto di Vasco, e i commenti di Bonolis. Avrei potuto andarci al concerto di Vasco. Avrei potuto commentare i commenti sui commenti di Bonolis che hanno fatto incazzare un sacco di persone. Che poi io Vasco l’ho visto in concerto nel tour di Buoni o Cattivi, l’ultimo album di cui conosco, di ogni canzone, ogni verso a memoria. Di Vasco so tutto, fino a lì, poi non mi è più piaciuto tantissimo. Il concerto di Modena, quello sì, e un po’ pure Bonolis, un po’ anche no. Avrei potuto scrivere di tutto questo, di come sia stato un altro fatto sociale, come quello dell’addio di Totti. Di come Vasco abbia inventato una cosa, una musica. Di come lo odino tutti, tra quelli che fanno indie, che però a me piacciono lo stesso. Avrei potuto scrivere di come mi sento sempre in mezzo, mi piace quello e mi piace quell’altro, che tra loro non si piacciono mica. Sono un piacione.

     

    vasco

    Vasco, Modena Park, solo duecentotrentamila persone. Bene è ribadirlo al mondo indie.

     

    BATTI LEI?

    Avrei potuto scrivere un mio personale coccodrillo sulla morte di Fantozzi, pardon di Paolo Villaggio. Però a me non ha mai fatto ridere, neanche un po’, neanche quel sorriso che ti viene se ti stai preparando l’insalatona del pranzo di dieta estiva prima delle vacanze che poi tanto il cornetto delle cinque non te lo toglie mica nessuno. Che poi tanto in vacanza ci sei già che non lavori ancora, mica. Avrei potuto scrivere di come non mi abbia mai fatto ridere, di come invece fa un sacco ridere a mio padre, che lo senti proprio ridere dal giardino mentre Fantozzi sta giù al piano di sotto. Avrei potuto far notare a qualcuno che quelli di destra sono tutti per Bud Spencer e Gerry Calà, mentre quelli di sinistra tutti per Fantozzi. Io sono a disagio davanti alla televisione con tutti, destra, sinistra, Calà, Spencer e Fantozzi. Non sono né di destra né di sinistra? Qualcuno mi direbbe che sono forse renziano? Ma Renzi ha scritto un bel commiato di Villaggio. Ma poi pure Berlusconi ne ha scritto uno, il più bello di tutti tra l’altro. Forse non ho capito né Fantozzi né la destra né la sinistra. Forse sono democristiano.

     

    fantozzi

    Questa, in effetti, fa un po' ridere.

     

     

    SFIDA A SINGOLAR TENZONE

    Avrei potuto scrivere del duello tra Junker e Tajani. Presidente della Commissione Europea il primo, Presidente del Parlamento Europeo il secondo. Il primo accusa i deputati del secondo di essere ridicoli perché non si presentano in aula quando c’è da discutere le condizioni per l’accoglienza dei migranti, tema caro all’Italia, quindi necessariamente a Tajani. Lui lo bacchetta per il linguaggio e perché non si ricorda che è il Parlamento a controllare la Commissione, non il contrario. Capra, gli avrebbe voluto dire. Fair enough. Per entrambi eh, nessuno dei due aveva torto. I migranti quindi? Ah, loro nulla. Però qualche meme su Facebook ne è uscito fuori. Meglio di nulla. Sono uno che gli piace accontentarsi. Sono uno che s’accontenta e non gode. Capito, cito Ligabue ma prima ho parlato di Vasco, bravo eh? No? M’accontento.

     

    tajani junker

    Tra i due duellanti, il terzo gode. A capire, chi sia il terzo. Forse Salvini.

     

    MISTER WHAT?

    Avrei potuto parlare, quindi, di migrazioni, d’immigrazione, di immigrati, di Salvini, di Gentiloni, di Macron, della Merkel. Dell’Europa. Dell’Italia. Della Spagna. Di Malta. Per dire che? Che siamo al quinquennale dell’emergenza migranti? Che un’emergenza non è più tale se supera certi limiti di tempo che oltrepassano il senso comune? Che si discute di chiudere i porti? Di rompere i ponti? Che si dice di lasciarli in mare? Che si dice che non dovremmo perché poi chi ce le paga le pensioni? Che poi, quali pensioni?

     

     

    MEME REPUBLIC

    Non è meglio star zitti? Tanto mica ci pagano per scrivere. Almeno, a me non mi paga nessuno per scrivere, tant’è scrivere quando ha senso farlo. Per il resto ci sono i meme, i Tg, le testate giornalistiche registrate dove ci scrivono i giornalisti iscritti all’albo che, quelli sì, sono pagati. Quelle testate che non sanno riconoscere una bufala su Facebook, e la rilanciano e rilanciano e rilanciano e rilanciano, così poi si raccontano che hanno dato una notizia virale. Virale, come la storia della Balena Blu. Così virale e falsa che poi è diventata vera.

     

     

    VIRA CHE TI VIRA TI EVIRA IL VIRALE

    Virale, capito? Una cosa, oggi, è buona se è virale. Quelle testate fatte da quei giornalisti dell’albo che radiano preti e giornalisti perché scrivono cose che proprio a loro non piacciono. A un gruppo di giornalisti non piace cosa dice un giornalista quindi radiano quel giornalista dall’albo dei giornalisti. A te te la fa una piega? A me mi ci fa una piaga, da decubito, da decapito. Decapito, la libertà d’informazione, mica i giornalisti dell’albo eh. Non lo direi mai, ché poi mi danno del matto. Non lo scriverei mai, che poi mi radiano.

    Scritto Mercoledì, 05 Luglio 2017 17:15 in Pillole Letto 315 volte
  • Diario Libanese #Days 29/31 – Il primo saluto, la prima metà, la prima merenda
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    Diario Libanese #Days 29/31 – Il primo saluto, la prima metà, la prima merenda

    È già trascorsa metà del percorso.

    Chissà se c’è mai stato un volontario che abbia pensato ‘sono solo a metà’, piuttosto che ‘sono già a metà’. Sarebbe triste, contraddittorio. Non riuscirei a capacitarmene, forse neanche ad accettarlo.

     

    Oggi avviene il primo saluto di una parte del team, che torna a casa dopo tre mesi trascorsi qui. È Lin che torna a casa, la ragazza bionda svedese che non alza mai la voce, sorride sempre, dorme tantissimo e ama questi bambini.

    Cerco di immedesimarmi in lei, nella sua vita di questi ultimi giorni qui. Cerco di capire come sarò io in quegli ultimi giorni.

     

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    Lin circondata da alcuni dei suoi amati

     

    Alcuni – sto minimizzando – mi prendono in giro perché sono particolarmente emotiva. In parole povere, una colabrodo, una che piange spesso. Non posso negare, mi emoziono con poco e gli occhi mi diventano lucidi anche meno di poco. Crescendo sono migliorata, ma colabrodo sono e colabrodo rimarrò. Soprattutto nulla cambierà in questo restante mese.

     

    Mi chiedo, quindi, come farò a mantenere contegno davanti ai bambini durante il mio ultimo giorno. Il giorno in cui – com’è successo oggi con Lin – qualcuno dirà ai bambini che sto per partire, che è la mia ultima lezione. Come farò nel momento in cui, venuti a conoscenza della mia partenza, saranno più affettuosi del solito. Magari, come con Lin, scriveranno il mio nome sulla lavagna, lo circonderanno di cuori e intoneranno un coro per me. Magari mi abbracceranno più di quanto non lo facciano già. Magari lo faranno anche quelli che di solito sono più timidi, meno amanti del contatto fisico, o visivo.

     

    Allora se ciò dovesse succedere – in realtà, anche se ciò non dovesse succedere – mi verrà da piangere. Non me lo posso permettere.

     

     

    REGOLA N° 1: NON SI PIANGE

    Non si piange. Sono loro che abitano in un Campo Rifugiati in cui qualche giorno fa una sparatoria ha ammazzato una bambina di 8 anni di nome Helena. Sono loro che vivono lontani da casa che è fisicamente così vicina ma praticamente irraggiungibile.

     

    Sono loro che ogni due mesi devono conoscere una faccia nuova e abituarsi. Sono loro che ci offrono la loro fiducia e la loro storia, tradite dalla nostra sparizione dopo 60 giorni. È un ciclo continuo, ma non significa che loro si abituino a questo. Non significa che lo schiaffo sia meno doloroso.

     

     

    REGOLA N°2: TWO MONTHS NO MORE

    Loro non sono in grado di capire che non stiamo andando via perché non vogliamo più stare con loro, o perché abbiamo di meglio da fare. Non possono sapere che la politica di SB Overseas prevede che i volontari stiano qui per un massimo di 2/3 mesi. Ho chiesto al capo di SB – ossia la sua fondatrice, Luma – perché ci fanno stare solo due mesi. Mi ha spiegato che, dopo questo intervallo, tutto diventa troppo difficile. I volontari si affezionano troppo; i bambini anche. Inoltre, questa regola li tutela nel caso in cui avessero problemi con un volontario specifico. Dopo al massimo due mesi se ne liberano, mentre se avesse un contratto di 6 loro sarebbero spacciati – mi spiega che è capitato e che l’esperienza insegna.

     

    Capisco la logica; non vuol dire che mi piaccia. Non vuol dire che sarò più razionale nel momento del Goodbye.

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    Ali focalizzato sul suo latte e cereali

     

     

    LA PRIMA MERENDA

    Non mi va più di dire Goodbye. Non mi andrà, soprattutto, di dirlo a questi grandi sorrisi bianchi. Bianchi come il latte che hanno ricevuto oggi per merenda con i cereali. La tenerezza di vederli mangiare per la prima volta non si può spiegare a parole. La felicità di vederli mangiare piuttosto che digiunare viene da sé.

     

    Mi sono seduta vicino a Fatima mentre si gustava lentamente il suo latte. Me lo ha chiesto lei di sedermi, non potrei mai dire di no.

    Le spiego che Lin partirà domani, prenderà un volo. Lei, con la mano, imita il decollo e l’atterraggio. Sanno cosa vuol dire ‘Flying Back Home’. Preoccupata mi chiede se partirò anche io domani. Le dico di no. Sorride e mi abbraccia, forte. Avvicina con le mani il mio orecchio alla sua bocca e mi dice: I love you Miss Sara.

     

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    Io e Fatima, strette, insieme. 

     

    Poi, ditemelo voi come si evitano gli occhi lucidi. 

     

     

     

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    Scritto Lunedì, 03 Luglio 2017 16:36 in Diario Libanese Letto 323 volte