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Simone

Simone

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Mercoledì, 11 Dicembre 2019 14:11

Le piazze fanno rivoluzioni solo quando sono vuote

Le Sardine sono fenomeno che avevo intercettato già quando non era che un evento Facebook come milioni di altri eventi Facebook. Non che questo rappresenti un merito, anzi rappresenta solo quanto tempo sto su Facebook. Una questione, quella delle Sardine, di cui proprio non puoi fare a meno di parlare, ormai. Stanno ovunque, nelle piazze, sui social ma soprattutto in televisione. Non c’è male, intendiamoci, né nelle prime né nella seconda. È un dato di fatto, ci sono e ci sono massicciamente, nelle prime come nella seconda. 

 

La storia recente di questo Paese, per chi se la ricorda o per qualcuno che l’ha vissuta, era già satura di movimenti di piazza sfociati o meno in qualcosa di diverso, sembrava non ci fosse affatto lo spazio per un’altra cosa del genere, che sostanzialmente è la stessa cosa. I Girotondi sono andati in piazza contro l’allora governo Berlusconi e da quella spinta è nato il PD, che non ha fatto altro se non dare il via a una serie di scissioni, correnti e governi mediocri colpevoli di errori più o meno perdonabili. Il Popolo Viola, onestamente non ci si ricorda granché di cosa abbia fatto e soprattutto non si sa che fine abbia fatto. 

 

Il Movimento 5 Stelle ha cominciato proprio scendendo in piazza contro tutti, mandando letteralmente tutti a fanculo. Forse è proprio con i 5 stelle che le Sardine potrebbero avere molte cose in comune. No non è vero, è solo il paragone più recente. Infatti i grillini mandavano a fanculo tutti, non solo qualcuno. Soprattutto, però, i grillini non andavano in televisione, mai. Non ci andavano perché avevano scoperto il potenziale di internet applicato alla politica, o forse il contrario. Sì, decisamente il contrario. Le Sardine, invece, praticamente non fanno altro che andare in televisione a ribadire i loro concetti che sono, in sintesi, ribellione contro la politica dell’odio (qualsiasi cosa voglia dire), necessità di far sentire l’opinione di una generazione che sembrava non averne alcuna, scendere in piazza è sempre meglio che non fare nulla, c’è un’Italia diversa. Ecco, certo che c’è un’Italia diversa. È lo stesso motivo per cui in Parlamento non ci sono tutti leghisti, o non c’erano tutti berlusconiani convinti, o dalemiani, o renziani, o grillini. In nessun periodo della nostra storia politica c’è stato un partito, anche all’apice del proprio gradimento, che ha egemonizzato il Parlamento. O meglio, c’è stato, erano gli anni ’20 e si chiamava, quello sì, Fascismo. 

 

Come sopra, non è sbagliato andare in TV – il sottoscritto, tra l’altro, ci lavora, quindi di certo la critica non verrà da me. È da chiedersi, però, perché andarci. Siamo tutti più o meno vittime del fascino della notorietà. Anzi, da quando c’è Facebook e poi Instagram lo siamo praticamente tutti, punto. Andare in TV, però, a un certo punto ti richiede di esplicitare il perché ci sei andato. Se è solo per narcisismo lo si può pure capire. Se c’è dell’altro andrebbe spiegato. Invece no. Si rimbalza da uno studio all’altro ripetendo sostanzialmente le stesse cose più o meno prive di un contenuto fitto, si fa la battuta buona per una clip cliccabile sui social, si litiga con l’ospite – di solito un giornalista – pronti per sfornare il meme da postare nelle decine di gruppi pro-Sardine, nonché sulle pagine degli eventi delle prossime ‘sardinate’. 

 

Ecco poi, però, che una di queste battute, di queste cose dette con forse troppa leggerezza finisce per cadere male. Il leader – anche qui, qualsiasi cosa voglia dire – delle sardine romane Stephen Ogongo in un’intervista con Il Fatto Quotidiano se ne esce con ‘Nelle nostre piazze sono tutti benvenuti, anche Casapound’. Innanzitutto, nostre? Se sono di tutti, non possono essere vostre, né mie, altrimenti Piazza San Giovanni il 19 ottobre scorso era sovranista, mentre ogni primo maggio da quando ho memoria e ringraziando Dio da parecchio tempo prima erano degli altri, dei comunisti prima e dei progressisti poi. Le piazze sono di tutti, punto. Secondo, ma più importante: Casapound? L’ha detto davvero, talmente davvero che le Sardine ufficiali, quelle nazionali – che ora hanno anche un ufficio stampa ufficiale – hanno dovuto diramare un comunicato stampa per chiarire che no, Casapound non è ben accetta nelle loro piazze e che Ogongo ha sbagliato. Troppo tardi, Casapound dice che a San Giovanni ci sarà, come c’è stata mille volte già prima di loro. La direzione nazionale (e già sembra di parlare di un partito e delle varie correnti) come pensa di estromettere delle persone da una piazza pubblica? Persone che, anche solo per provocazione, c’è da scommettere che si presenteranno? 

 

Verrebbe da pensare, da dire e quindi da scrivere che questo è quello che succede quando si scende in piazza contro qualcuno o contro qualcosa piuttosto che per qualcosa. Alla domanda, contro chi manifestate, la risposta era sempre chiara e limpida. Alla domanda, cosa volete, invece, la risposta era sempre fumosa, confusa. Dove c’è confusione, s’insinua chi proprio non dovrebbe starci in una piazza pacifica e tutto sommato gioiosa. Inoltre, questo gran parlare del contro chi e del contro cosa, ha fatto quasi dimenticare che si sta scendendo in piazza, sostanzialmente, contro un partito d’opposizione, e questo è un fatto – se non atavicamente brutto – perlomeno degno d’analisi.

 

Il protestare contro i modi e i toni del maggior partito d’opposizione, che tutti i sondaggi danno come primo partito d’Italia, fa sì che quell’obbiettivo diventi l’unica trade union di un movimento che si professa nuovo. Anche qui, invece, non c’è nulla di nuovo e c’è tanto di pericoloso. La sinistra istituzionale ha costruito un ventennio di battaglie contro il nemico pubblico Silvio Berlusconi e il risultato è stato niente meno che un ventennio di Silvio Berlusconi. Inoltre, e soprattutto, questo evidenzia come più che contro la Lega e il suo modus operandi, questo movimento sia l’evidenziatore del vuoto pneumatico che è la sinistra parlamentare e istituzionale. Questo, in effetti, è qualcosa di neanche troppo velatamente celato e le stesse sardine si fanno bandiera di questo sentimento di dispersione. Allo stesso tempo, però, se vai in una qualsiasi delle piazze da loro riempite e chiedi a cinque persone per chi votano, come ha fatto solo Diego Bianchi in un paesino sperduto nell’Appennino Tosco-Emiliano, otterrai cinque risposte diverse. Questo è sintomo, innanzitutto, di una continuità politica tra il governo giallo-verde e quello giallo-rosso, soprattutto su quelle politiche che hanno fatto nascere e alimentare la cosiddetta politica dell’odio.

 

Per chiudere, i discorsi sul ‘non siamo né di destra né di sinistra’, del ‘siamo contro la politica dell’odio’, hanno a che fare con fasi decisamente più embrionali di un fenomeno che ormai è arrivato all’adolescenza. Ecco, all’adolescente sono richieste prese di coscienza e decisioni per il suo futuro, e ovviamente che ascolti chi ha più esperienza. Ce n’è bisogno perché, altrimenti, l’andare in TV ti rende solo famoso per il periodo in cui in TV ti invitano, poi tutti ci si dimenticherà di chi era chi e le piazze torneranno a essere vuote. Questa, forse, è l’occasione per dimostrare che non è vero che ‘ormai le piazze fanno rivoluzioni solo quando sono vuote’(cit.). 

Lunedì, 11 Novembre 2019 16:28

Fili Rossi e Miasmi Fascisti

Perché non ce la facciamo ancora? Siamo nel 2019, del resto. Del resto, già. Del resto siamo nel 2019 e non siamo ancora in grado di giudicare una cosa senza assumere di quella stessa cosa modi, forme e, guarda caso, anche contenuti. Del resto è da molto prima che fosse il 2019 che è tanto più facile sputare addosso a qualcun altro piuttosto che conoscere, capire e riflettere sulla propria storia.

 

Nell’ultima settimana sono successe una quantità di cose decisamente inutili ma che in quest’era digitale dai tempi più che frenetici, schizofrenici, sono passate per fenomeni decisivi. Più che importanti, virali. 

 

La prima è la hit montata sul discorso di un paio di sabato fa alla manifestazione di San Giovanni a Roma della Meloni. La seconda sono gli insulti razzisti a Balotelli. La terza è l’esultanza dei tifosi del Celtic che mimano l’impiccagione per i piedi di Mussolini per schernire i tifosi laziali, consigliandoli di seguire il loro leader (il Duce). La quarta, e ultima, è la scena dell’altra sera in prima serata su Rete4 di Vauro che si fa sotto al fascista/delinquente/boss di quartiere/fashion blogger/instagrammer Brasile. 

 

Mi prenderò la briga di analizzarle una per una, perché sono tutte attraversate dallo stesso fil rouge, molto rosso.

 

 

CANTA CHE TI PASSA

Genitore Uno, Genitore Due. Io sono Giorgia. Fa ridere, per carità. Il punto è che lei è Giorgia e lei sta al 10% e forse è anche colpa nostra che ci ridiamo sulle cose che dice e per come le dice. Però la gente, l’altra, quella che non sta dodici ore al giorno su Facebook e va ancora in piazza, non ci ride per niente. Ci si rinforza e ci urla sopra con la forza di chi sa di essere nel giusto, e che quindi deve urlarlo al mondo intero. Proprio come a piazza San Giovanni un paio di settimane fa. Erano tutti lì per Salvini, ma le loro facce e le loro voci erano tutte per Giorgia. Già, perché lei è Giorgia e lei sta al 10%. Per ora.

 

 

CALCI IN BOCCA

Balotelli non ha bisogno di nessun aiuto per essere odiato, probabilmente. Scrivo probabilmente perché lo conosco solo per via televisiva e so per certo che quello che conosciamo per via televisiva è una minuscola percentuale di quello che è per davvero. Mica sempre, molto spesso però sì. Balotelli, tuttavia, è nero e quindi è più odiato degli altri, è un dato di fatto. Triste, noioso, deprimente dato di fatto. Quindi dalle curve gli urlano negro di merda e gli dicono che lui non sarà mai italiano. Lui scaglia una pedata addosso a tutte quelle curve, e fa bene. Eppure lui parla bresciano e ha vestito il tricolore, una cosa che la quasi totalità di chi sta seduto in quelle curve non saprebbe neanche da che parte iniziare per riuscire a farla. Eppure, anche chi condanna quelle frasi lo fa col sorrisetto, trova dei viscidi distinguo, arriva ad ammettere che in effetti come fa Balotelli a essere proprio proprio italiano se è nero come uno qualsiasi di quelli che stanno al telegiornale delle venti dentro alle coperte luccicanti? Non può, semplicemente, pensano. Magari un po’, ma mica del tutto. Un vero italiano va in curva e scende in piazza, cercando di non farsi vedere dagli occhi sbagliati quando mette il braccio bello teso.

 

 

A TESTA IN GIU’

Rimanendo in tema curve, nell’andata di Europa League, i laziali vanno a Glasgow e per le strade verso lo stadio inneggiano al duce, proprio col braccio teso, nascondendosi mica tanto alla fine. I tifosi del Celtic li accolgono con un manifesto che ritrae Benito e consorte appesi a testa in giù e con scritto: ‘Follow your Leader’. Al ritorno gli scozzesi vengono a Roma e vengono accoltellati dai laziali, c’era da aspettarselo a entrare nella loro logica primatesca. Quelli del Celtic non si perdono d’animo, riportano lo striscione dell’andata, vincono la partita ed esultano così: a testa in giù. Ecco, pure questa cosa qui potrebbe far ridere, e fa ridere molti, in effetti. Praticamente tutti i salotti bene di Facebook, che postano le foto delle esultanze divertiti e convinti del gesto politico che stanno perpetrando. Questa cosa di inneggiare a un gesto criminale, macabramente simbolico, enormemente doloroso per la storia italiana ed europea – non per quella del fascismo – è essa stessa simbolica di un’area politica e sociale che non avendo propri leader o idee da seguire si rifà all’attacco dell’avversario con schemi di pensiero fastidiosamente obsoleti. Attaccare un fascista con metodi fascisti è esso stesso fascismo, non c’è niente da fare. Sarà retorica, ma non c’è proprio nulla da fare. 

 

 

DEMOCRATICI COL FASCIO DEGLI ALTRI

Passando dalle curve agli studi televisivi, arriviamo al tema della settimana. Un tema che è stato in trending topic per ben due giorni di fila su twitter: una cosa di per sé irrilevante, ma molto importante per i nostri tempi digitali. A Dritto e Rovescio viene invitato er Brasiliano, uno che ha deciso di diventare famoso su Instagram dicendo che spaccia e che controlla il suo quartiere fatiscente, dicendolo con i mitra tatuati in faccia e magliette attillate non degne neanche dell’ottimo Davide (quello di ‘pija sti spicci’ che faceva tutorial su come rimorchiare in palestra: ecco, il livello è molto più basso di quello). La scelta di invitare un personaggio del genere è certamente opinabile, come tutto del resto. Il clamore però nasce da quello che è successo con il Brasile. 

 

Non appena gli viene data parola lui comincia a minacciare la Fagnani. La giornalista ha avuto a che fare col clan Spada e infatti a vedere la bava der Brasiliano le viene da ridere, non ce la fa, giustamente, a rimanere seria. Quelle però erano minacce e Vauro da bravo comunista gentiluomo quale è si è alzato ed è corso sotto al Brasile con i jeans che gli calavano per fargli brutto, come i coatti di un tempo, quelli che con gente come er Brasile ci facevano colazione. ‘Falli vedere a me, pezzo di merda, fascio di merda.’ Semplice e lineare. Il tipo col mitra in faccia pensa forte e riesce a rispondere solo ‘Puzzi de vino’, e poi voleva aggiungere un bel ‘Faccia di serpente o specchio riflesso’ ma Del Debbio non interviene prima a dividere i due. La frase incriminata al conduttore è la seguente: ‘Vi mando via tutti e due’. Secondo i tribuni social, avrebbe dovuto cacciare solo il fascio, mica Vauro che ha difeso una donna. La donna, però, pur ringraziando Vauro gli dice che non ha assolutamente bisogno del suo aiuto, e le fa eco Del Debbio. 

 

Il popolo del web, tuttavia, si è accanito proprio sul conduttore. Non esiste, dice, che si inviti un personaggio simile e non si intervenga quando fa quello che pensa di saper fare: il coatto, mica il fascista. Non esiste che si minacci di cacciarlo insieme al paladino della giustizia cavalleresca. Ecco quindi che si scatena l’ira, sempre sui social eh. Del Debbio è un fascista peggio der Brasile / Se dovessi decidere chi lanciare da un ponte tra Del Debbio e un fascista, sceglierei senza dubbio Del Debbio. Eccola qui la retorica democratica degna del miglior Gramsci. È proprio la storia del fare i democratici con i metodi fascisti. Proprio non va bene, soprattutto per chi poi vota Potere al Popolo o LeU o anche PD, e fa proprio schifo. 

 

 

HAPPY ENDING

Ancor prima della retorica, la cosa che fa rabbrividire è l’attenzione squisitamente selettiva che questo mare magnum di benpensiero riserva alla propria intelligenza relativa. Infatti, tempo fa, Enrico Lucci aveva intervistato l’emblema, a quanto pare, della malavita romana: proprio lui, er Brasile. Nessuna indignazione per il sommo reato di normalizzazione mediatica di una figura pericolosa come il neofascista Brasiliano. Anche qui, opinabile intervistarlo con quelle modalità, ma nessuno il giorno dopo aveva visto la puntata. Nessuna indignazione. Nessun trending topic. Nessun topic in assoluto. Nessuno che voleva buttare Formigli dal ponte. Nessuno a dargli del fascista. Eccola qui la retorica degna del miglior trasformista pentapartitico.

C'è da sottolineare una cosa fondamentale, se si parla nel merito, piuttosto che nella forma. Un mio collega mi ha fatto notare una cosa estremamente significativa: far parlare questa gente li ha portati a prendere lo 0,8% alle elezioni. Non conta tanto come li si fa parlare, basta farlo e da soli si relegheranno nell'angolino di insignificanza cui loro malgrado si sono costretti. Qualcuno dirà che Salvini e Meloni hanno percentuali estremamente più importanti. E' estremamente vero, ma continuare ad assimilarli a gente come er Brasile non fa bene a nessuno, oltre che non rendere onore all'oggetività delle cose.

Tornando ai fatti della settimana scorsa, la soluzione a questa trama sgangherata di una settimana di comunicazione politica da dilettanti allo sbaraglio ce la dà proprio Vauro, che non è né comunista come lo intendono in troppi né quello che si è giovedì scorso in prima serata. Il giorno dopo, in una lettera aperta, Vauro ha detto che quando gli si è avvicinato ha visto ner Brasile ‘solitudine, rancore, disperazione e fragilità’. Non l’avrebbe viste tutte quelle cose, tra l’altro, se in quello studio non ci fosse stato er Brasile. Eccola la sinistra, quella che ha ancora senso di esistere. Quella che sa guardare oltre l’odio, il suo e quello degli altri, e scorgere le debolezze non per farne scherno o approfittarsene, ma per porgere una mano, o anche solo per capire. Perché il cambiamento passa dalla comprensione. Tutto sta nel voler cambiare. Tutto sta nel non aver voglia di buttare qualcuno da un ponte, o di appenderlo per i piedi. Solo così si potrà essere diversi e costruire alternative.

Mercoledì, 08 Maggio 2019 08:47

Eleganza di piazza e massimi sistemi

Dicevamo del Salone del Libro, che a quelli lì non è opportuno stargli accanto perché che schifo stargli accanto. Dicevamo che al massimo ci dovevamo andare, al Salone del Libro, e sventolare i nostri più bei libri di democrazia. Dicevamo che l’asticella sta sempre un po’ più in là, ogni giorno, e noi ogni giorno dobbiamo allontanarcene, stare lontano dal confine che ci divide da loro, dai fascisti che oggi vogliono prendere parte negli spazi democratici, come quelli di una chermesse letteraria.

 

Dicevamo tante cose e le dicevamo in tanti, e intanto il signore qui sotto in foto, insieme a un gruppo di illuminati difensori etnici e condòmini crociati, sono scesi in piazza e hanno fatto quello che fanno da sempre, prima di andare a parlare di libri che non leggono. Noi parliamo di massimi sistemi, di senso della democrazia e di metodo culturale, e loro scendono in piazza, vanno in periferia, piantano i gazebo, parlano con la gente che sempre più ci ripugna perché vota di pancia e con la testa defeca.

 

Noi stavamo ancora a pensare a quale commento fare sulla presenza di un Ministro della Repubblica dentro un libro impaginato da fascisti dichiarati, e questo signore con i suoi scudieri si incipriava per bene per rinvigorirsi nell’animo. Per rincuorarsi nella sua fede. Per farsi forza prima di incontrare il nemico. Eccolo, ora è pronto. Tutti insieme, legati per le braccia, petto in fuori a spingere sul cordone di una celere piuttosto ferma sulle gambe, a proteggere il suo nemico, orco e mostro e drago di una diversità che lui non può accettare.

 

Troia. Ti stupro. È un rito ancestrale, quello della guerra. Si arriva, si combatte, si vince, si rivendica il bottino. E il bottino sono sempre le donne rimaste vive dalla battaglia. Le si stupra, ché – dicono – è più facile che conquistarle. Troia. Ti stupro. Dice così il signore al suo nemico terribile, una mamma con la figlia in braccio, catatonica, anestetizzata in un terrore che non ha mai guardato in faccia, perché si è sempre nascosto dietro quei caschi blu. Oggi si presenta in tutta la sua eleganza. Troia. Ti stupro.

 

Noi parlavamo di sinistra, di democrazia e di letteratura, mentre un’altra guerra si consumava in strada senza opposizione alcuna. Una guerra sgangherata, assurda, incoerente, e quindi ancor più spaventosa. Un gruppo di persone la cui legittimità politica è stata guadagnata occupando un palazzo del centro, arriva alla violenza fisica contro una donna cui è stata assegnato un alloggio popolare, legalmente.

 

Ecco, legittimità e legalità ormai si confondono dietro la coltre di fetore di un Troia, ti stupro, urlato in faccia a un cordone di polizia, utile solo a garantire l’arrivo di quella donna e della sua bambina in casa. Un arrivo sicuro, almeno per ieri, forse per oggi. Finché qualche altro signore come questo qui non scenderà in una qualche altra piazza di una qualche altra periferia, ancora vuota di noi, ancora piena solo e soltanto di quella cosa lì, il fetore di un fascista che sputa veleno su una donna e sua figlia.

Ho ventisei anni e appartengo meglio di altri alla mia generazione.

 

Come molti della mia generazione ho perso interesse per quasi tutto quello che mi circonda e quello che vedo, sento, studio, quello che faccio lo faccio perché capita, perché stranamente mi va o perché non ho niente da fare in quel momento. La mia generazione è anestetizzata da tutto e a tutto. Sarà colpa dei contratti a tempo determinato, dei social network che mi e ci inchiodano a contenuti vuoti in contenitori inutili, della precarietà sentimentale ed emozionale che non ha assolutamente nessun significato, di genitori che hanno creduto di crescere figli nell’età dell’oro e invece l’oro era finito prima ancora che iniziasse la gestazione.

 

A ventisei anni appartengo meglio di altri alla mia generazione perché non mi sento parte di nessuna parte nei giochi di troni che si apparecchiano ogni giorno sui social network e quindi sulla linea editoriale del pensiero di ognuno di noi ogni santo giorno. C’è un fatto, un’interpretazione e il suo contrario e la relative lite in merito. Poi ci sono quelli che ci fanno ironia, o post-ironia. Perché nel 2019 quelli di ventisei anni (o più) le cose che non fanno ridere o che fanno al massimo alzare un angolino della bocca in alto con gli occhi che rimangono vitrei e inespressivi, la chiamano post-ironia. Io, oggi come ieri e come domani e dopodomani non riesco mai a prendere la parte di uno o dell’altro e quindi non lo esprimo, perché semplicemente non avrebbe alcun senso farlo in un contesto dialettico dettato esclusivamente da un titolo di prima pagina e tutte le altre pagine riempite di editoriali di sconosciuti esperti di nulla. Non essere in grado di scegliersi una parte e quindi una colonna dove piazzare il proprio editoriale, nel 2019, a ventisei anni, è un’auto-condanna al voto del silenzio.

 

Ho ventisei anni e ho questo blog e questa pagina da quando ne avevo ventuno. In cinque anni ho scritto cose di cui sicuramente mi pentirei se le rileggessi adesso. Il punto, però, è che non scrivo più nulla da mesi, nulla che possa aver senso pubblicare su questo o altri social network, perché non riesco a prendere le parti di una delle parti in nessuno dei giochi a palla avvelenata che si organizzano ogni santo giorno su questo social network o altri. Oggi scrivo questa cosa perché credo di aver trovato una quadra alle motivazioni che ci sono dietro tale silenzio. Innanzitutto, è bene specificarlo, non mi sento un vate la cui parola è attesa da molto tempo dai suoi discepoli. Non sono nessuno e difficilmente lo diventerò, come in molti della mia generazione, solo che in molti si comportano come fossero qualcuno da troppo tempo.

 

Avere ventisei anni nel 2019 significa non avere mai avuto un modello di sinistra in cui identificarsi appieno ma sentirsi di sinistra da sempre. Una cosa che fino a poco tempo fa non capitava e che oggi capita. Capita anche perché chi si è autoproclamato simbolo di una sinistra culturale - molto prima che politica - è talmente arroccato su elitismi solipsistici e autoerotici da non essersi reso conto che è rimasto solo nella stanza con pochi, pochissimi, amici di amici che sui social network sembrano tanti, tantissimi, e che nella libreria-caffè-mobilificio-lanificio sembrano ancora di più. Poi però capita che i libri li leggano solo quelli che lo fanno di lavoro o quelli che non hanno bisogno di lavorare, che sono gli stessi che poi votano a sinistra e che abitino tutti i tre o quattro quartieri centrali di una o due città.

 

Ho capito questa cosa del non riuscire a prendere parte quando sono capitate due di quelle partite a palla avvelenata in giorni diversi ma che alla fine si sono giocate nella stessa giornata semantica.

 

La prima è quando la Murgia - capo eletto del radicalismo culturale di sinistra, o almeno credo - ha deciso di rispondere a uno - dico UNO - dei circa dieci post quotidiani di Salvini, in cui  sfotteva uno dei suoi avversari preferiti scelti a caso da un brainstorming tra figli di papà cresciuti poco e male. Sacrosanto, mi sono detto, rispondere a uno che ti sfotte. Io l’ho sempre fatto e ci ho quasi sempre preso grandi mazzate, ma sono cresciuto e in qualche modo mi ha fatto bene. La differenza tra le mazzate di qualche campo da gioco di periferia e quello affollatissimo di questo social network è la portata delle parole, ovviamente, e il peso delle bocche da cui escono. Ora, se Salvini ti dice che sei un radical chic che non ha mai saputo cosa volesse dire lavorare e se tu sei una che oggi fa l’intellettuale e la scrittrice e lo fa in modo giustamente social, te ne sbatti e continui a fare la tua piccola parte, nel tuo. Invece no. Oggi essere di sinistra va non solo rivendicato, ma soprattutto giustificato. Puoi essere di sinistra e fare l’intellettuale solo se hai fatto la cameriera / lavorato in un call center / aperto un blog quando ancora era di sinistra farlo / trarne fortuna per la propria dialettica / pubblicare libri e presenziare ai festival editoriali per presentarli.

 

Fare tutto ciò raccoglie tantissimi, quasi tutti, quelli che si sentono anche solo un po’ diversi da quell’altro, da Salvini e i suoi. Quindi va bene? Eh no, non va vebe che no - per metterci una semicit. di uno degli ultimi diciassette campioni della sinistra italiana.

 

Tutto ciò che non ti uccide ti fortifica: mai detto è stato più preciso. Ecco, vale anche per Salvini. In politica, quando sferri un attacco devi affondare, altrimenti quei ragazzini cresciuti a pane, leghismo, social network e brainstorming, ti rigirano come un calzino. Detto, fatto. Tu vuoi rispondere all’accusa di radical chic con il sogno americano riproposto in crosta Carasau, dicendo in pratica che ora te lo puoi permettere di fare la radical chic perché almeno tu una volta hai lavorato per davvero - fin quando non hai fatto successo, almeno? Fallo, ma è servito solo a te e ai trecentomila che hanno messo like, che sembrano tantissimi, ma invece non lo sono per niente, povere stelle tutte noi.

 

La stessa dinamica si ripropone proprio in questi giorni e c’entra proprio uno di quei festival editoriali per presentare i libri dei radical chic - e di molti altri, ringraziando dio - e, ovviamente, c’entra sempre Salvini, la Murgia e qualche altro intellettuale. L’organizzazione del Salone del Libro di Torino - lo sapete tutti alla nausea - dà spazio alla casa editrice di Casapound - che per comodità chiamerò Bonsai perché è piccola, tozza ma ha tanta voglia di crescere e assomiglia solo da lontano all’albero che vorrebbe essere, e menomale, ma soprattutto perché ho davanti un bonsai mentre scrivo e non voglio perdere tempo a cercare come si chiama la casa editrice di Casapound e ancor più soprattutto non voglio farle ulteriore pubblicità gratuita, altro tema molto, ma molto interessante quanto banale. Dicevo, questa casa editrice pubblica un libro intero con un’intervista all’attuale Ministro degli Interni Salvini, appunto. Nessuno di noi, ci mancherebbe, ha letto quel libro, e probabilmente mai lo farà. Né io, né molti degli intellettuali di cui dicevo sopra. Molti di loro, anzi quasi tutti, hanno però deciso di far sentire la loro voce sulla cosa, su un caso che hanno avuto cura di creare, scovare, denunciare e ovviamente non risolvere.

 

Fare tutto ciò raccoglie tantissimi, quasi tutti, quelli che si sentono anche solo un po’ diversi da quell’altro, da Salvini e i suoi. Quindi va bene, e invece no, per niente proprio. Tutto ciò che non ti uccide ti fortifica: mai detto è stato più preciso. Ecco, vale anche per Salvini, in politica, quando sferri un attacco devi affondare, altrimenti quei ragazzini cresciuti a pane, leghismo, social network e brainstorming, ti rigirano come un calzino. Detto, fatto. Tu vuoi rispondere all’accusa di radical chic con il sogno americano riproposto in crosta Carasau, dicendo in pratica che ora te lo puoi permettere di fare la radical chic perché almeno tu una volta hai lavorato per davvero, fin quando non hai fatto successo, almeno.

 

La stessa dinamica si ripropone proprio in questi giorni e c’entra proprio uno di quei festival editoriali per presentare i libri dei radical chic - e di molti altri, ringraziando dio - e, ovviamente, c’entra sempre Salvini, la Murgia e qualche altro intellettuale. Ricapitoliamo, In brevissimo, che tanto tutti, grazie a Mamma Editor Algoritmo sappiamo di cosa stiamo parlando. L’organizzazione del Salone del Libro di Torino dà spazio alla casa editrice di Casapound - che per comodità chiamerò Bonsai perché è piccola, tozza ma ha tanta voglia di crescere e assomiglia solo da lontano all’albero cui vorrebbe assomigliare, menomale, ma soprattutto perché ho davanti un bonsai mentre scrivo e non voglio perdere tempo a cercare come si chiama la casa editrice di Casapound e ancor più soprattutto non voglio farle ulteriore pubblicità gratuita, altro tema molto, ma molto interessante quanto banale. Dicevo, questa casa editrice pubblica un libro intero con un’intervista all’attuale Ministro degli Interni Salvini, appunto. Nessuno di noi, ci mancherebbe, ha letto quel libro, e probabilmente mai lo farà. Né io, né molti degli intellettuali di cui dicevo sopra. Molti di loro, anzi quasi tutti, hanno però deciso di far sentire la loro voce sulla cosa, su un caso che hanno avuto cura di creare, scovare, denunciare e ovviamente non risolvere.

 

I primi hanno detto che No, non si può partecipare allo stesso festival dove partecipano i neofascisti, che schifo. Le motivazioni sono più articolate e profonde dello schifo, ma dallo schifo prendono tutte i passi. In primis, dicono, essere presenti con loro, i neofascisti, significherebbe legittimarli nella loro presenza e nel loro credo politico. Non sia mai che poi, testuali parole, mi dovessi trovare ad andare a pisciare e trovarmene uno accanto di neofascista, non ce la potrei fare a far finta di niente. Finta di che? Che ce l’ha più piccolo e che fino a ieri picchiava, insieme a tre amici camerata, bengalesi di sessanta chili in un autobus di notte proprio per quel motivo? Si sapeva anche prima. Comunque, la motivazione principale è questa. Quella della legittimazione, non del pisello piccolo.

 

I secondi hanno, invece, detto che Sì, dobbiamo andarci perché la democrazia è anzitutto confronto e che se loro, i neofascisti, stanno lì, in qualche modo quel posto se lo sono preso e noi bisogna che ci s’impegni tutti per toglierglielo con le armi che abbiamo che sono, in ordine: la penna, i fiori nei cannoni, i cannoni, le dietrologie sulle questioni ungherese, di Praga, cilena, venezuelana, cinese, sovietica, baltica, balcanica, meridionale, subsahariana, statunitense e perché no, birmana. Una di loro, tra le prime, sempre lei, la Murgia, ha esortato i suoi scudieri a venire all’incontro dove presenterà un suo libro - l’unico, ci tiene a sottolineare, perché negli altri va a porgere le sue grazie intellettuali al servizio di cause altrui - e a portare un libro che ben esemplifichi la soppressione fascista dei principi democratici, così da sventolarlo tutti insieme in un flash mob democratico.

 

Ora, capisco la difficoltà di tornare seri dopo essersi prefigurati dei cinquanta-settantenni che deambulano sventolando in girotondo tutti libri incellofanati appena comprati dietro suggerimento del booktuber che aveva fatto una rubrica ad-hoc. Tuttavia è necessario farlo, perché essere arrivati a leggere fino a qui, nel 2019, è una cosa che meriterebbe un premio, tipo sventolare un like e metterlo sotto questo post - scusate, mi ero fatto prendere la mano dai girotondi democratici letterari. Tornando seri, appunto, questa situazione è la cristallizzazione perfetta della sinistra oggi, e quindi della mia generazione, perché la sinistra è sempre stata, tra le altre brutte e belle cose, un fatto squisitamente generazionale.

 

La dicotomizzazione del popolo della sinistra, è perfino banale ricordarlo, fa parte dell’animo costituente di tutte le sinistre della storia, non ci si può fare nulla a quanto pare. Non basta un MoVimento di analfabeti politici, oltre che funzionali, a prendere tutta la sua base elettorale. Non basta neanche il ritorno caricaturale e schifosamente esplicito non tanto dell’ideologia, quanto del metodo fascista. Non basta nulla di tutto ciò a che il popolo della sinistra non si disgreghi dentro un pugno di sabbia. C’è un nemico? Io vado di là, tu di qua. No io di qua e tu di là. No, fermiamoci e discutiamo delle nostre ragioni in merito alle direzioni che ciascuno dovrebbe prendere e non troviamo una soluzione, ma onoriamo il sacro principio della pluralità d’opinione, solo tra di noi però - mentre il nemico balla sui nostri cadaveri democratici. Non solo si divide, tra l’altro, ma riesce a prendere due direzioni entrambe prive di un qualsiasi risultato strategico.

 

L’ho detto all’inizio, ho ventisei anni e non riesco a prendere le parti di nessuna parte. Ma come si fa? Dovrei prendere le parti di una sinistra culturale che sceglie l’aventino per protesta? Non si ricordano, proprio loro, che l’Aventino, quello vero, ha portato vent’anni di oblio e orrori? Non si sono resi conto che la protesta che stanno facendo non è contro Casapound o contro Bonsai, ma contro la direzione del Salone del Libro di Torino che ha scelto di far partecipare un gruppo neofascista in uno spazio storicamente lontano da quel mondo? Non dovrebbe, piuttosto essere indirizzata contro il processo politico, cominciato ben prima di tutto ciò, che ha sdoganato i modi e i titoli di questo gruppo di disadattati che oggi ha dialettica di governo e dialogo con il governo? Dovrei prendere le parti di una sinistra che sceglie di partecipare proponendo come unica opposizione la sua presenza, con sventolata di libro come optional?

 

Eccola tutta qui, la sinistra, il mio vuoto generazionale e quello, irrimediabilmente, culturale di un paese che ama vedersi fagocitare dalle sue facce più disgustose. Invece di organizzarsi, si concentra a svolgere il sempre caro tema dalla traccia più classica che c'è: "Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente?". Ecco, il punto è tutto qui, non ti si nota affatto, mia dolce rivoluzionaria.

 

Siccome un altro degli errori che la sinistra da sempre fa è quello di criticare e non proporre mai un’alternativa, ne dico qualcuna, perché io le parti di questa sinistra non riesco a prenderle, neanche per fare gli errori comodi. Ci faccio proprio un elenco buttato giù di getto, per far capire che se ci riesce a pensare un ventiseienne - che non è riuscito neanche a trovare un contratto di lavoro stabile e che vive con l’ansia di dover tornare a chiedere i soldi a papà e mamma - ecco, ci potevano pensare anche gli intellettuali democratici di sinistra e i loro team di comunicazione, che evidentemente ci siamo inventati e non esistono, o se esistono ce li ha tutti Salvini a libro paga del Ministero.

 

Per protestare contro il neofascismo di governo al Salone del Libro di Torino 2019, gli scrittori democratici avrebbero potuto fare:

 

1 - Scegliere, tutti insieme, di non andare e di lasciare i propri spazi vuoti, documentando la/le giornate di assenza con un video di denuncia con un claim del tipo: “Dove c’è fascismo non c’è democrazia. Dove non c’è democrazia non c’è letteratura” - o simili.

 

2 - Scegliere, tutti insieme, di andare e di mettersi tutti in cerchio, in silenzio, a guardare il comizio della casa editrice Bonsai di Casapound.

 

3 - Scegliere, tutti insieme, di non andare e di riempire i propri spazi al Salone con i plichi di di fogli contenenti le attività criminose dei gruppi fascisti in italia, dal 1919 a oggi, con tanto di poster a evidenziare le azioni più violente, tipo quella di Traini a Macerata.

 

4 - Scegliere, tutti insieme, di andare e rimanere fuori a protestare contro la legittimazione di un movimento culturale e politico che dovrebbe essere stato vietato per legge anni fa, non perché occupa uno spazio commerciale.

 

Sono solo quattro proposte, che contro le zero avanzate dai diretti interessati sono già un bell’andare, ma si può fare di più.

 

In sostanza, si potrebbe concludere che basterebbe Scegliere, tutti insieme. In sostanza, però, l’anestetico non ha fatto effetto solo su di me che ho ventisei anni e sono determinato alla determinatezza culturale di orizzonti così vicini da non essere più affascinanti. L’anestetico pare aver colpito anche quelli che ventisei anni non ce l’hanno più da un pezzo e che generazionalmente non appartengono a questo tempo, ma ci sono comunque dentro loro malgrado. In un modo o nell’altro, però, questo tempo e questa generazione l’hanno costruita loro e se è sbagliato non avere voglia delle cose di un mondo storto alla mia età, è molto più sbagliato far finta di non aver colpe e quindi non fare nulla per rimediarvi da parte loro, alla loro età.

Venerdì, 13 Luglio 2018 23:20

Un mondo che sogna e che cura

A venticinque anni sei ancora un ragazzino. Lo capisci solo quando conosci persone che per venticinque anni sono stati lì a lavorare dove tu, dopo sei mesi, sei convinto di sapere tutto. Quelle persone, il posto che ti ha ospitato per questi sei mesi l’hanno visto nascere, l’hanno fondato. Io, non so neanche che vuol dire fondare qualcosa, se non questo spazio intimo dove affido pensieri, brividi, lividi e rabbie pubblici. Uno spazio dove ho la pretesa che dei miei drammi e delle mie idee importi a qualcuno.

 

In questi sei mesi, ho imparato che sì, delle mie idee a qualcuno importa per davvero. Se non te le chiedono, ti lasciano lo spazio per vedere se hai i numeri per presentarle lo stesso. Se lo fai e funzionano, te lo riconoscono. Se non funzionano, lo capiscono prima che finisca di parlare.

 

Sorridono. Sorridono anche quando tutto il mondo ce l’ha avuta con noi. Ce l’ha avuta anche con me, e ne sono fiero.

 

Ho imparato che le cose dell’anima dell’uomo le devi urlare, più forte e più chiaro degli altri. Non ho capito perché funziona così, ma ho capito che funziona così.

 

Ho imparato che la Resistenza è un valore umano e solo molto dopo politico. Che la Resistenza è anzitutto lucido ragionamento mosso da lucida passione, e solo molto dopo può mutare in impeto di baleno.

 

Ho imparato che non bisogna, mai, rinunciare allo straordinario per l’ordinario, qualsiasi cosa rappresenti il primo, nell’accezione più pura del termine. Extra-ordinario. Fuori da quello che fai tutti i giorni. Prenderlo, considerarlo speciale e dedicarvisi senza rimpianti, ché tanto l’ordinario se ne sta lì ad aspettarti, lui nella vita non fa altro che quello.

 

Ho imparato che c’è il lavoro e c’è la famiglia, e che devi fare i conti con tutti e due e con chi sei nell’una e nell’altro.

 

Ho imparato che sono all’inizio. L’ho detto a uno di quelli che hanno portato barba e sorrisi in giro per tutta l’Africa. Lui mi ha detto che si è sempre all’inizio, anche quando la barba comincia a diventare bianca.

 

Ho imparato che c’è sempre spazio per ridere di parole stupide o di una citazione di un telefilm, anche quando tutto il mondo parla di te. Anche quando tutto il mondo vuole parlare con te e quando rispondi al telefono ogni parola che dici è la parola di quarantamila persone. Ti trema la voce e le gambe, anche da seduto, ma le parole le dici giuste.

 

Ho imparato che quando si parla di chi rischia tutto bisogna che gli occhi ti brillino, che la voce ti si rompa, che la testa si fermi un attimo. Ho imparato che quelle storie sono importanti perché solo con loro possiamo conoscere e capire chi siamo, ogni giorno davanti a quello schermo.

 

Ho imparato che la calma è la virtù di chi sa cosa sta facendo e non ha nulla di cui preoccuparsi. Ho imparato anche che se vuoi raggiungere un risultato, spesso, l’unico modo è scrivertelo male su qualche foglio stropicciato e inventarti tutti gli agganci e le storie che puoi per raggiungerlo.

 

Ho imparato che con un telefono e con qualche pagina puoi girare il mondo e conoscere le storie di qualche fratello molto meno fortunato, senza telefono e senza pagine.

 

Ho imparato gli occhi di chi non sa cosa lo aspetta. Ho imparato quelli di chi, invece, lo sa. E sono drammaticamente simili.

 

Ho imparato la fatica che pensavo si potesse fare solo sui libri o dietro una palla ovale. Il desiderio di fare di più e non riuscirci. La gioia di farlo e del riconoscimento.

 

Ho imparato l’umiltà di scrivere parole immense, dimezzarle, dividerle ancora, correggerle, cambiarle, riscriverle, trovare la quadra perfetta e non firmarle.

 

Ho imparato che bisogna spiazzare, sempre, a patto di avere i numeri per farlo. Ho imparato a riconoscere quei numeri.

 

Ho imparato che il mare inghiotte, spara, urla. Che L’uomo inghiotte, spara, urla. Che Il mare non ha eguali e che gli uomini si raccontano tutti uguali, ma hanno paura di chi somiglia loro. Ho imparato che gli uomini hanno paura del mare, che è solo uno dei tanti, finti, simili dell’uomo. Che il mare è potente con tutti e sordo con tutti. Ho imparato che il mare è banale, come gli uomini, suoi simili.

 

Ho imparato a conoscere i tanti fuori dai miei confini. Ho imparato a conoscere poeti, come quello che diceva che “sono eguali due rondini, se non sei rondine”. Ho imparato che:

 

 

“C’è pure chi educa, senza nascondere

L’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni

Sviluppo ma cercando

D’essere franco all’altro come a sé,

Sognando gli altri come ora non sono:

Ciascuno cresce solo se sognato.”

 

 

Ho imparato ad amare a prescindere, ad avere passione e non vergognarmene, a dovermi allontanare perché è giusto che qualcun altro abbia le stesse opportunità.

 

Ho imparato che si può tornare, che si deve tornare, che tornerò. L’ho imparato da chi è tornato tante volte ed è ancora qui, pronto a tornare.

 

Ho imparato che “salutarsi è una pena così dolce che ti direi addio fino a domani”.

 

Ho imparato un mondo che non esclude, che non educa. Ho imparato un mondo che sogna e che cura.

 

 

Escavatore, Totalizzante, Potente, Dilaniante.

Avvolgente, Ispirante, Ossigeno, Inspirante.

Vento, Mare, Terra, Forza.

Distanza, Prossimità, Unione, Scontro.

Capacità, Decisione, Resistenza, Resilienza.

Medici

Senza

 Frontiere.

 

 

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I corsivi indicano parole non mie. I corsivi tra virgolette indicano parole di poeti di professione. Ciò rende i primi  ancor più importanti.

Il primo frammento di poesia è di Danilo Dolci, da "Ciascuno cresce solo se sognato".

L'aforsima "salutarsi è una pena così dolce che ti direi addio fino a domani" è di William Shakespeare.

Gli ultimi versi sono miei, scritti dopo la mia prima assemblea di MSF Italia, quella dei 25 anni. 

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