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Martedì, 07 Maggio 2019 08:05

Neofascista è chi neofascista fa, almeno in letteratura

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Ho ventisei anni e appartengo meglio di altri alla mia generazione.

 

Come molti della mia generazione ho perso interesse per quasi tutto quello che mi circonda e quello che vedo, sento, studio, quello che faccio lo faccio perché capita, perché stranamente mi va o perché non ho niente da fare in quel momento. La mia generazione è anestetizzata da tutto e a tutto. Sarà colpa dei contratti a tempo determinato, dei social network che mi e ci inchiodano a contenuti vuoti in contenitori inutili, della precarietà sentimentale ed emozionale che non ha assolutamente nessun significato, di genitori che hanno creduto di crescere figli nell’età dell’oro e invece l’oro era finito prima ancora che iniziasse la gestazione.

 

A ventisei anni appartengo meglio di altri alla mia generazione perché non mi sento parte di nessuna parte nei giochi di troni che si apparecchiano ogni giorno sui social network e quindi sulla linea editoriale del pensiero di ognuno di noi ogni santo giorno. C’è un fatto, un’interpretazione e il suo contrario e la relative lite in merito. Poi ci sono quelli che ci fanno ironia, o post-ironia. Perché nel 2019 quelli di ventisei anni (o più) le cose che non fanno ridere o che fanno al massimo alzare un angolino della bocca in alto con gli occhi che rimangono vitrei e inespressivi, la chiamano post-ironia. Io, oggi come ieri e come domani e dopodomani non riesco mai a prendere la parte di uno o dell’altro e quindi non lo esprimo, perché semplicemente non avrebbe alcun senso farlo in un contesto dialettico dettato esclusivamente da un titolo di prima pagina e tutte le altre pagine riempite di editoriali di sconosciuti esperti di nulla. Non essere in grado di scegliersi una parte e quindi una colonna dove piazzare il proprio editoriale, nel 2019, a ventisei anni, è un’auto-condanna al voto del silenzio.

 

Ho ventisei anni e ho questo blog e questa pagina da quando ne avevo ventuno. In cinque anni ho scritto cose di cui sicuramente mi pentirei se le rileggessi adesso. Il punto, però, è che non scrivo più nulla da mesi, nulla che possa aver senso pubblicare su questo o altri social network, perché non riesco a prendere le parti di una delle parti in nessuno dei giochi a palla avvelenata che si organizzano ogni santo giorno su questo social network o altri. Oggi scrivo questa cosa perché credo di aver trovato una quadra alle motivazioni che ci sono dietro tale silenzio. Innanzitutto, è bene specificarlo, non mi sento un vate la cui parola è attesa da molto tempo dai suoi discepoli. Non sono nessuno e difficilmente lo diventerò, come in molti della mia generazione, solo che in molti si comportano come fossero qualcuno da troppo tempo.

 

Avere ventisei anni nel 2019 significa non avere mai avuto un modello di sinistra in cui identificarsi appieno ma sentirsi di sinistra da sempre. Una cosa che fino a poco tempo fa non capitava e che oggi capita. Capita anche perché chi si è autoproclamato simbolo di una sinistra culturale - molto prima che politica - è talmente arroccato su elitismi solipsistici e autoerotici da non essersi reso conto che è rimasto solo nella stanza con pochi, pochissimi, amici di amici che sui social network sembrano tanti, tantissimi, e che nella libreria-caffè-mobilificio-lanificio sembrano ancora di più. Poi però capita che i libri li leggano solo quelli che lo fanno di lavoro o quelli che non hanno bisogno di lavorare, che sono gli stessi che poi votano a sinistra e che abitino tutti i tre o quattro quartieri centrali di una o due città.

 

Ho capito questa cosa del non riuscire a prendere parte quando sono capitate due di quelle partite a palla avvelenata in giorni diversi ma che alla fine si sono giocate nella stessa giornata semantica.

 

La prima è quando la Murgia - capo eletto del radicalismo culturale di sinistra, o almeno credo - ha deciso di rispondere a uno - dico UNO - dei circa dieci post quotidiani di Salvini, in cui  sfotteva uno dei suoi avversari preferiti scelti a caso da un brainstorming tra figli di papà cresciuti poco e male. Sacrosanto, mi sono detto, rispondere a uno che ti sfotte. Io l’ho sempre fatto e ci ho quasi sempre preso grandi mazzate, ma sono cresciuto e in qualche modo mi ha fatto bene. La differenza tra le mazzate di qualche campo da gioco di periferia e quello affollatissimo di questo social network è la portata delle parole, ovviamente, e il peso delle bocche da cui escono. Ora, se Salvini ti dice che sei un radical chic che non ha mai saputo cosa volesse dire lavorare e se tu sei una che oggi fa l’intellettuale e la scrittrice e lo fa in modo giustamente social, te ne sbatti e continui a fare la tua piccola parte, nel tuo. Invece no. Oggi essere di sinistra va non solo rivendicato, ma soprattutto giustificato. Puoi essere di sinistra e fare l’intellettuale solo se hai fatto la cameriera / lavorato in un call center / aperto un blog quando ancora era di sinistra farlo / trarne fortuna per la propria dialettica / pubblicare libri e presenziare ai festival editoriali per presentarli.

 

Fare tutto ciò raccoglie tantissimi, quasi tutti, quelli che si sentono anche solo un po’ diversi da quell’altro, da Salvini e i suoi. Quindi va bene? Eh no, non va vebe che no - per metterci una semicit. di uno degli ultimi diciassette campioni della sinistra italiana.

 

Tutto ciò che non ti uccide ti fortifica: mai detto è stato più preciso. Ecco, vale anche per Salvini. In politica, quando sferri un attacco devi affondare, altrimenti quei ragazzini cresciuti a pane, leghismo, social network e brainstorming, ti rigirano come un calzino. Detto, fatto. Tu vuoi rispondere all’accusa di radical chic con il sogno americano riproposto in crosta Carasau, dicendo in pratica che ora te lo puoi permettere di fare la radical chic perché almeno tu una volta hai lavorato per davvero - fin quando non hai fatto successo, almeno? Fallo, ma è servito solo a te e ai trecentomila che hanno messo like, che sembrano tantissimi, ma invece non lo sono per niente, povere stelle tutte noi.

 

La stessa dinamica si ripropone proprio in questi giorni e c’entra proprio uno di quei festival editoriali per presentare i libri dei radical chic - e di molti altri, ringraziando dio - e, ovviamente, c’entra sempre Salvini, la Murgia e qualche altro intellettuale. L’organizzazione del Salone del Libro di Torino - lo sapete tutti alla nausea - dà spazio alla casa editrice di Casapound - che per comodità chiamerò Bonsai perché è piccola, tozza ma ha tanta voglia di crescere e assomiglia solo da lontano all’albero che vorrebbe essere, e menomale, ma soprattutto perché ho davanti un bonsai mentre scrivo e non voglio perdere tempo a cercare come si chiama la casa editrice di Casapound e ancor più soprattutto non voglio farle ulteriore pubblicità gratuita, altro tema molto, ma molto interessante quanto banale. Dicevo, questa casa editrice pubblica un libro intero con un’intervista all’attuale Ministro degli Interni Salvini, appunto. Nessuno di noi, ci mancherebbe, ha letto quel libro, e probabilmente mai lo farà. Né io, né molti degli intellettuali di cui dicevo sopra. Molti di loro, anzi quasi tutti, hanno però deciso di far sentire la loro voce sulla cosa, su un caso che hanno avuto cura di creare, scovare, denunciare e ovviamente non risolvere.

 

Fare tutto ciò raccoglie tantissimi, quasi tutti, quelli che si sentono anche solo un po’ diversi da quell’altro, da Salvini e i suoi. Quindi va bene, e invece no, per niente proprio. Tutto ciò che non ti uccide ti fortifica: mai detto è stato più preciso. Ecco, vale anche per Salvini, in politica, quando sferri un attacco devi affondare, altrimenti quei ragazzini cresciuti a pane, leghismo, social network e brainstorming, ti rigirano come un calzino. Detto, fatto. Tu vuoi rispondere all’accusa di radical chic con il sogno americano riproposto in crosta Carasau, dicendo in pratica che ora te lo puoi permettere di fare la radical chic perché almeno tu una volta hai lavorato per davvero, fin quando non hai fatto successo, almeno.

 

La stessa dinamica si ripropone proprio in questi giorni e c’entra proprio uno di quei festival editoriali per presentare i libri dei radical chic - e di molti altri, ringraziando dio - e, ovviamente, c’entra sempre Salvini, la Murgia e qualche altro intellettuale. Ricapitoliamo, In brevissimo, che tanto tutti, grazie a Mamma Editor Algoritmo sappiamo di cosa stiamo parlando. L’organizzazione del Salone del Libro di Torino dà spazio alla casa editrice di Casapound - che per comodità chiamerò Bonsai perché è piccola, tozza ma ha tanta voglia di crescere e assomiglia solo da lontano all’albero cui vorrebbe assomigliare, menomale, ma soprattutto perché ho davanti un bonsai mentre scrivo e non voglio perdere tempo a cercare come si chiama la casa editrice di Casapound e ancor più soprattutto non voglio farle ulteriore pubblicità gratuita, altro tema molto, ma molto interessante quanto banale. Dicevo, questa casa editrice pubblica un libro intero con un’intervista all’attuale Ministro degli Interni Salvini, appunto. Nessuno di noi, ci mancherebbe, ha letto quel libro, e probabilmente mai lo farà. Né io, né molti degli intellettuali di cui dicevo sopra. Molti di loro, anzi quasi tutti, hanno però deciso di far sentire la loro voce sulla cosa, su un caso che hanno avuto cura di creare, scovare, denunciare e ovviamente non risolvere.

 

I primi hanno detto che No, non si può partecipare allo stesso festival dove partecipano i neofascisti, che schifo. Le motivazioni sono più articolate e profonde dello schifo, ma dallo schifo prendono tutte i passi. In primis, dicono, essere presenti con loro, i neofascisti, significherebbe legittimarli nella loro presenza e nel loro credo politico. Non sia mai che poi, testuali parole, mi dovessi trovare ad andare a pisciare e trovarmene uno accanto di neofascista, non ce la potrei fare a far finta di niente. Finta di che? Che ce l’ha più piccolo e che fino a ieri picchiava, insieme a tre amici camerata, bengalesi di sessanta chili in un autobus di notte proprio per quel motivo? Si sapeva anche prima. Comunque, la motivazione principale è questa. Quella della legittimazione, non del pisello piccolo.

 

I secondi hanno, invece, detto che Sì, dobbiamo andarci perché la democrazia è anzitutto confronto e che se loro, i neofascisti, stanno lì, in qualche modo quel posto se lo sono preso e noi bisogna che ci s’impegni tutti per toglierglielo con le armi che abbiamo che sono, in ordine: la penna, i fiori nei cannoni, i cannoni, le dietrologie sulle questioni ungherese, di Praga, cilena, venezuelana, cinese, sovietica, baltica, balcanica, meridionale, subsahariana, statunitense e perché no, birmana. Una di loro, tra le prime, sempre lei, la Murgia, ha esortato i suoi scudieri a venire all’incontro dove presenterà un suo libro - l’unico, ci tiene a sottolineare, perché negli altri va a porgere le sue grazie intellettuali al servizio di cause altrui - e a portare un libro che ben esemplifichi la soppressione fascista dei principi democratici, così da sventolarlo tutti insieme in un flash mob democratico.

 

Ora, capisco la difficoltà di tornare seri dopo essersi prefigurati dei cinquanta-settantenni che deambulano sventolando in girotondo tutti libri incellofanati appena comprati dietro suggerimento del booktuber che aveva fatto una rubrica ad-hoc. Tuttavia è necessario farlo, perché essere arrivati a leggere fino a qui, nel 2019, è una cosa che meriterebbe un premio, tipo sventolare un like e metterlo sotto questo post - scusate, mi ero fatto prendere la mano dai girotondi democratici letterari. Tornando seri, appunto, questa situazione è la cristallizzazione perfetta della sinistra oggi, e quindi della mia generazione, perché la sinistra è sempre stata, tra le altre brutte e belle cose, un fatto squisitamente generazionale.

 

La dicotomizzazione del popolo della sinistra, è perfino banale ricordarlo, fa parte dell’animo costituente di tutte le sinistre della storia, non ci si può fare nulla a quanto pare. Non basta un MoVimento di analfabeti politici, oltre che funzionali, a prendere tutta la sua base elettorale. Non basta neanche il ritorno caricaturale e schifosamente esplicito non tanto dell’ideologia, quanto del metodo fascista. Non basta nulla di tutto ciò a che il popolo della sinistra non si disgreghi dentro un pugno di sabbia. C’è un nemico? Io vado di là, tu di qua. No io di qua e tu di là. No, fermiamoci e discutiamo delle nostre ragioni in merito alle direzioni che ciascuno dovrebbe prendere e non troviamo una soluzione, ma onoriamo il sacro principio della pluralità d’opinione, solo tra di noi però - mentre il nemico balla sui nostri cadaveri democratici. Non solo si divide, tra l’altro, ma riesce a prendere due direzioni entrambe prive di un qualsiasi risultato strategico.

 

L’ho detto all’inizio, ho ventisei anni e non riesco a prendere le parti di nessuna parte. Ma come si fa? Dovrei prendere le parti di una sinistra culturale che sceglie l’aventino per protesta? Non si ricordano, proprio loro, che l’Aventino, quello vero, ha portato vent’anni di oblio e orrori? Non si sono resi conto che la protesta che stanno facendo non è contro Casapound o contro Bonsai, ma contro la direzione del Salone del Libro di Torino che ha scelto di far partecipare un gruppo neofascista in uno spazio storicamente lontano da quel mondo? Non dovrebbe, piuttosto essere indirizzata contro il processo politico, cominciato ben prima di tutto ciò, che ha sdoganato i modi e i titoli di questo gruppo di disadattati che oggi ha dialettica di governo e dialogo con il governo? Dovrei prendere le parti di una sinistra che sceglie di partecipare proponendo come unica opposizione la sua presenza, con sventolata di libro come optional?

 

Eccola tutta qui, la sinistra, il mio vuoto generazionale e quello, irrimediabilmente, culturale di un paese che ama vedersi fagocitare dalle sue facce più disgustose. Invece di organizzarsi, si concentra a svolgere il sempre caro tema dalla traccia più classica che c'è: "Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente?". Ecco, il punto è tutto qui, non ti si nota affatto, mia dolce rivoluzionaria.

 

Siccome un altro degli errori che la sinistra da sempre fa è quello di criticare e non proporre mai un’alternativa, ne dico qualcuna, perché io le parti di questa sinistra non riesco a prenderle, neanche per fare gli errori comodi. Ci faccio proprio un elenco buttato giù di getto, per far capire che se ci riesce a pensare un ventiseienne - che non è riuscito neanche a trovare un contratto di lavoro stabile e che vive con l’ansia di dover tornare a chiedere i soldi a papà e mamma - ecco, ci potevano pensare anche gli intellettuali democratici di sinistra e i loro team di comunicazione, che evidentemente ci siamo inventati e non esistono, o se esistono ce li ha tutti Salvini a libro paga del Ministero.

 

Per protestare contro il neofascismo di governo al Salone del Libro di Torino 2019, gli scrittori democratici avrebbero potuto fare:

 

1 - Scegliere, tutti insieme, di non andare e di lasciare i propri spazi vuoti, documentando la/le giornate di assenza con un video di denuncia con un claim del tipo: “Dove c’è fascismo non c’è democrazia. Dove non c’è democrazia non c’è letteratura” - o simili.

 

2 - Scegliere, tutti insieme, di andare e di mettersi tutti in cerchio, in silenzio, a guardare il comizio della casa editrice Bonsai di Casapound.

 

3 - Scegliere, tutti insieme, di non andare e di riempire i propri spazi al Salone con i plichi di di fogli contenenti le attività criminose dei gruppi fascisti in italia, dal 1919 a oggi, con tanto di poster a evidenziare le azioni più violente, tipo quella di Traini a Macerata.

 

4 - Scegliere, tutti insieme, di andare e rimanere fuori a protestare contro la legittimazione di un movimento culturale e politico che dovrebbe essere stato vietato per legge anni fa, non perché occupa uno spazio commerciale.

 

Sono solo quattro proposte, che contro le zero avanzate dai diretti interessati sono già un bell’andare, ma si può fare di più.

 

In sostanza, si potrebbe concludere che basterebbe Scegliere, tutti insieme. In sostanza, però, l’anestetico non ha fatto effetto solo su di me che ho ventisei anni e sono determinato alla determinatezza culturale di orizzonti così vicini da non essere più affascinanti. L’anestetico pare aver colpito anche quelli che ventisei anni non ce l’hanno più da un pezzo e che generazionalmente non appartengono a questo tempo, ma ci sono comunque dentro loro malgrado. In un modo o nell’altro, però, questo tempo e questa generazione l’hanno costruita loro e se è sbagliato non avere voglia delle cose di un mondo storto alla mia età, è molto più sbagliato far finta di non aver colpe e quindi non fare nulla per rimediarvi da parte loro, alla loro età.

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