Blue Flower

Venerdì, 13 Luglio 2018 23:20

Un mondo che sogna e che cura

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A venticinque anni sei ancora un ragazzino. Lo capisci solo quando conosci persone che per venticinque anni sono stati lì a lavorare dove tu, dopo sei mesi, sei convinto di sapere tutto. Quelle persone, il posto che ti ha ospitato per questi sei mesi l’hanno visto nascere, l’hanno fondato. Io, non so neanche che vuol dire fondare qualcosa, se non questo spazio intimo dove affido pensieri, brividi, lividi e rabbie pubblici. Uno spazio dove ho la pretesa che dei miei drammi e delle mie idee importi a qualcuno.

 

In questi sei mesi, ho imparato che sì, delle mie idee a qualcuno importa per davvero. Se non te le chiedono, ti lasciano lo spazio per vedere se hai i numeri per presentarle lo stesso. Se lo fai e funzionano, te lo riconoscono. Se non funzionano, lo capiscono prima che finisca di parlare.

 

Sorridono. Sorridono anche quando tutto il mondo ce l’ha avuta con noi. Ce l’ha avuta anche con me, e ne sono fiero.

 

Ho imparato che le cose dell’anima dell’uomo le devi urlare, più forte e più chiaro degli altri. Non ho capito perché funziona così, ma ho capito che funziona così.

 

Ho imparato che la Resistenza è un valore umano e solo molto dopo politico. Che la Resistenza è anzitutto lucido ragionamento mosso da lucida passione, e solo molto dopo può mutare in impeto di baleno.

 

Ho imparato che non bisogna, mai, rinunciare allo straordinario per l’ordinario, qualsiasi cosa rappresenti il primo, nell’accezione più pura del termine. Extra-ordinario. Fuori da quello che fai tutti i giorni. Prenderlo, considerarlo speciale e dedicarvisi senza rimpianti, ché tanto l’ordinario se ne sta lì ad aspettarti, lui nella vita non fa altro che quello.

 

Ho imparato che c’è il lavoro e c’è la famiglia, e che devi fare i conti con tutti e due e con chi sei nell’una e nell’altro.

 

Ho imparato che sono all’inizio. L’ho detto a uno di quelli che hanno portato barba e sorrisi in giro per tutta l’Africa. Lui mi ha detto che si è sempre all’inizio, anche quando la barba comincia a diventare bianca.

 

Ho imparato che c’è sempre spazio per ridere di parole stupide o di una citazione di un telefilm, anche quando tutto il mondo parla di te. Anche quando tutto il mondo vuole parlare con te e quando rispondi al telefono ogni parola che dici è la parola di quarantamila persone. Ti trema la voce e le gambe, anche da seduto, ma le parole le dici giuste.

 

Ho imparato che quando si parla di chi rischia tutto bisogna che gli occhi ti brillino, che la voce ti si rompa, che la testa si fermi un attimo. Ho imparato che quelle storie sono importanti perché solo con loro possiamo conoscere e capire chi siamo, ogni giorno davanti a quello schermo.

 

Ho imparato che la calma è la virtù di chi sa cosa sta facendo e non ha nulla di cui preoccuparsi. Ho imparato anche che se vuoi raggiungere un risultato, spesso, l’unico modo è scrivertelo male su qualche foglio stropicciato e inventarti tutti gli agganci e le storie che puoi per raggiungerlo.

 

Ho imparato che con un telefono e con qualche pagina puoi girare il mondo e conoscere le storie di qualche fratello molto meno fortunato, senza telefono e senza pagine.

 

Ho imparato gli occhi di chi non sa cosa lo aspetta. Ho imparato quelli di chi, invece, lo sa. E sono drammaticamente simili.

 

Ho imparato la fatica che pensavo si potesse fare solo sui libri o dietro una palla ovale. Il desiderio di fare di più e non riuscirci. La gioia di farlo e del riconoscimento.

 

Ho imparato l’umiltà di scrivere parole immense, dimezzarle, dividerle ancora, correggerle, cambiarle, riscriverle, trovare la quadra perfetta e non firmarle.

 

Ho imparato che bisogna spiazzare, sempre, a patto di avere i numeri per farlo. Ho imparato a riconoscere quei numeri.

 

Ho imparato che il mare inghiotte, spara, urla. Che L’uomo inghiotte, spara, urla. Che Il mare non ha eguali e che gli uomini si raccontano tutti uguali, ma hanno paura di chi somiglia loro. Ho imparato che gli uomini hanno paura del mare, che è solo uno dei tanti, finti, simili dell’uomo. Che il mare è potente con tutti e sordo con tutti. Ho imparato che il mare è banale, come gli uomini, suoi simili.

 

Ho imparato a conoscere i tanti fuori dai miei confini. Ho imparato a conoscere poeti, come quello che diceva che “sono eguali due rondini, se non sei rondine”. Ho imparato che:

 

 

“C’è pure chi educa, senza nascondere

L’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni

Sviluppo ma cercando

D’essere franco all’altro come a sé,

Sognando gli altri come ora non sono:

Ciascuno cresce solo se sognato.”

 

 

Ho imparato ad amare a prescindere, ad avere passione e non vergognarmene, a dovermi allontanare perché è giusto che qualcun altro abbia le stesse opportunità.

 

Ho imparato che si può tornare, che si deve tornare, che tornerò. L’ho imparato da chi è tornato tante volte ed è ancora qui, pronto a tornare.

 

Ho imparato che “salutarsi è una pena così dolce che ti direi addio fino a domani”.

 

Ho imparato un mondo che non esclude, che non educa. Ho imparato un mondo che sogna e che cura.

 

 

Escavatore, Totalizzante, Potente, Dilaniante.

Avvolgente, Ispirante, Ossigeno, Inspirante.

Vento, Mare, Terra, Forza.

Distanza, Prossimità, Unione, Scontro.

Capacità, Decisione, Resistenza, Resilienza.

Medici

Senza

 Frontiere.

 

 

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I corsivi indicano parole non mie. I corsivi tra virgolette indicano parole di poeti di professione. Ciò rende i primi  ancor più importanti.

Il primo frammento di poesia è di Danilo Dolci, da "Ciascuno cresce solo se sognato".

L'aforsima "salutarsi è una pena così dolce che ti direi addio fino a domani" è di William Shakespeare.

Gli ultimi versi sono miei, scritti dopo la mia prima assemblea di MSF Italia, quella dei 25 anni. 

Letto 773 volte Ultima modifica il Martedì, 31 Luglio 2018 16:31
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