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Lunedì, 11 Giugno 2018 06:24

Noi abbiamo paura

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Sono colpevole di molte cose. Una di queste, senza dubbio alcuno, è quella di essere arrivato a venticinque anni senza aver mai letto o visto Io non ho paura. È un’onta difficilmente perdonabile. Le domeniche pomeriggio, però, esistono per uno e un solo motivo al mondo, e cioè quello di dare il tempo alle persone di redimersi, pensare ai propri peccati e fare qualcosa per perdonarsene. Perciò, la domenica pomeriggio di ieri, complici un sabato notte interessante e un lunedì-venerdì impegnativo, ho visto Io non ho paura.

 

Come tutte le storie che hanno motivo nell’essere raccontate, anche questo poco dice al mero livello di trama, mentre è infinito nelle interpretazioni e nelle metafore che offre. Tanto che, una domenica pomeriggio di sedici anni dopo, ancora ti porta per mano a riflettere. La storia di quel bambino milanese, rapito e segregato in un buco sotto terra, aiutato da un altro bambino, prima a bere, poi a mangiare, poi a parlare e quindi a fuggire insieme rischiando la propria vita per la sua, è la maestra delle elementari che ancora ti viene in mente quando cerchi un consiglio. È la nonna che non c’è più, è il fratello maggiore che non hai mai avuto. È, in qualche modo, la voce di una qualche coscienza.

 

La domenica pomeriggio di sedici anni dopo l’uscita di Io non ho paura, però, è anche una domenica simbolo di tanta paura. Simbolo di una coscienza che, in questi lunghi e veloci anni, ha preso la via di quei campi gialli del Sud, ha scavalcato il cancello di quel casolare abbandonato, ha sollevato la stuoia e se n’è tornata dentro quel buco. Ha preferito, la coscienza, mettersi lì dentro per non vedere e ascoltare i bambini e le madri e i padri che in buchi come quello ci passano gli anni.

 

La domenica pomeriggio di sedici anni dopo l’uscita di Io non ho paura, è un giorno di ratifica legale della paura come movente di scelte di popolo sovrano, contro bisogni di popoli sudditi di nessuno se non della fame, della miseria e della barbarie. Questa domenica pomeriggio è testimone e imputato della paura che ha scelto di chiudere quel buco e lasciarci dentro cento ventitré bambini come quello del rapimento di Io non ho paura, sette madri in attesa di uno di quei bambini, quattrocento novantanove uomini e donne stremati, affamati, feriti nel petto, nelle gambe e nelle braccia e nella mente e nell’anima. Impauriti, loro sì.

 

La domenica pomeriggio di sedici anni dopo l’uscita di Io non ho paura, la paura ha chiuso quel buco, che oggi è una porta, un porto. Oggi i porti sono chiusi per quei bambini, donne e uomini fuggiti da chissà quali buchi per terra, chissà quali prigionie. Al di qua della distesa blu di un campo che sembra infinito non c’è stata salvezza per loro, non hanno trovato un bambino come loro a scoprirli, a dargli da bere e mangiare, a raccontargli storie, a conoscerli e conoscersi, a donarsi e a prendere da loro la vita che avevano da offrire. Da questa parte del mare, hanno solo trovato cancelli alti come palazzi, dighe di uomini pronti a farsi fortini di guerra in nome della paura di accogliere il diverso per antonomasia, il lontano che viene dal mare. E ciò che viene dal mare, evidentemente, è più diverso e meno umano di ciò che viene da sotto terra. O forse no.

 

Comunque sia, la domenica pomeriggio di sedici anni dopo l’uscita di Io non ho paura, non c’è più redenzione, perché non c’è più ricerca del proprio peccato. C’è solo chiusura di menti, cuori, braccia e porti a priori. E ciò che è a priori, non può che essere innescato dalla paura dell’altro da sé, dal diverso. Nel “a priori” muore la coscienza nascosta in quel buco, e li rimarrà finché qualche bambino che non sa nulla di cose chiuse arriverà a rianimarla.

 

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Ultima modifica il Lunedì, 11 Giugno 2018 06:42
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